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02 febbraio 2016

Un laboratorio di Scrittura Creativa a servizio della memoria...


Non serve essere scrittori o attori per partecipare, basta avere voglia di sperimentare e prendere parte a un progetto collettivo. Si tratta di un breve laboratorio, ideato insieme all'associazione Joseph, che avrà luogo a Trieste (negli spazi di Laby, in via Cicerone 4) tra fine febbraio e marzo.

Alcune lezioni ben concentrate aiuteranno i partecipanti a prendere dimestichezza con semplici tecniche di scrittura e di gestione della propria presenza davanti a un pubblico. Ogni iscritto, accompagnato e seguito personalmente dall'insegnante, realizzerà un breve racconto per poi dargli forma, colore e voce. 

Il laboratorio è suddiviso in due parti: la prima sarà gestita da me e dedicata alla scrittura creativa e alla realizzazione di storie a tema che saranno poi raccolte per essere messe in scena. Ci piacerebbe che questo fosse soltanto il primo passo di un'iniziativa più ampia, dedicata a una maggiore consapevolezza dell'ambiente nel quale viviamo, della sua storia culturale.



Il percorso didattico sarà quindi un'occasione divertente per mettersi alla prova, ma anche per riscoprire la storia del nostro territorio e reinterpretarla insieme: stimoleremo i partecipanti a prendere ispirazione dalle vicende storiche delle venderigole, venditrici ambulanti di strada che per secoli hanno popolato le piazze di Trieste.

Queste carismatiche e simpatiche figure popolari sono il “pretesto” che farà da perno narrativo al laboratorio. In un percorso insieme ludico e della memoria, nella costruzione dei propri racconti i partecipanti saranno aiutati da me con alcuni dati storici, condivisi durante le lezioni e durante una visita guidata cittadina, alla scoperta dei luoghi storicamente "abitati" dalle venditrici di piazza. 

Il corso è aperto a tutti e non sono richieste abilità o esperienze pregresse. Il numero di partecipanti è però limitato perché ognuno di loro sarà seguito anche individualmente nel suo percorso. Per informazioni potete scrivere a karmayoga@outlook.it oppure contattare il numero 348-8708060 (anche via whatsapp, viber o talegram).

Le iniziative fanno capo a un più ampio progetto sostenuto dalla Provincia di Trieste con l'obiettivo di raccontare e valorizzare gli storici luoghi di mercato attraverso visite guidate, workshop e incontri didattici.

Capofila del progetto è l'associazione Joseph, impegnata nella promozione di aziende locali agricole e artigianali attraverso eventi di formazione e incontro sia in Italia che in Slovenia, affiancata nelle varie manifestazioni anche da Slow food - Trieste, dall'associazione di promozione sociale Drop Out e dall'associazione culturale Laby, sede di quest'ultimo laboratorio che andrà a chiudere il calendario degli eventi in programma.

Cristina Favento

07 marzo 2013

LUX/GLORY, DANCE TIL THE END OF THE LIFE

Non credo sia un caso che il coreografo greco Andonis Foniadakis abbia vinto il premio Danza&Danza 2012. Non dopo aver visto al Teatro Comunale di Bolzano lo spettacolo di questa sera, in anteprima nazionale: "Lux/Glory", messo in scena dal convincente Ballet du Grand Théatre de Genève. Del cretese Foniadakis erano le dinamiche e suggestive coreografie della seconda parte del dittico, ovvero "Glory".


Durante l'esecuzione credo di non aver quasi respirato. Nonostante la stanchezza non ho staccato per un solo momento gli occhi dal palcoscenico. E' stato un turbinio di corpi e movimenti animati da vitali geometrie, che fluivano incessanti in scena, alternando momenti di rapidissima esecuzione a rallentamenti di soave grazia.
Scopo del coreografo, come lui stesso ha dichiarato, era "realizzare una partitura per corpi parallela a quella musicale e vocale di Händel senza cercare di primeggiare, accompagnandola invece in modo da suscitare lo stesso entusiasmo, la stessa complessità e la stessa potenza immaginativa che giunge all’orecchio, accarezzandolo”.

Anche la prima parte, costruita sul celeberrimo Requiem di Fauré, è stata per me una piacevole carezza. Un'esecuzione sospesa che cullava i pensieri dello spettatore senza essere troppo invadente, da molti percepita come poco incisiva. A riprova che le intenzioni dell'autore, il coreografo svizzero Ken Ossola, allievo di Jiri Kylian, sono state efficacemente tradotte: "Hanno detto che il mio Requiem non esprimeva il terrore della morte, altri invece l’hanno definito una ninnananna della morte. Ma è proprio così che io percepisco la morte: una fortunata liberazione, un’aspirazione alla felicità dell’aldilà piuttosto che un passaggio doloroso".
Anche costumi e accompagnamento luminoso sono stati all'altezza della bravura esecutiva degli oltre venti ballerini in scena e delle raffinate coreografie.

di Cristina Favento

22 gennaio 2010

MIRA CALIX A CATODICA - 28 gennaio 2010 al nuovo ETNOBLOG


When I was a little kid my mother told me not to stare into the sun. So once when I was six, I did. (da “Pi”, di Darren Aronofsky)

Giovedì 28 gennaio, ore 21 e 30, presso il nuovo Etnoblog di Riva Traiana 1 (Trieste), Catodica 5 fissa il sole con il live set audio/visual di Mira Calix, storica artista Warp Records (Aphex Twin, Autechre, Boards Of Canada, Squarepusher, LFO, Battles...) che ha unito il nuovo sound della label nata a Sheffield alle avanguardie e alla classica. Anche a Trieste, dunque, si festeggia il ventesimo compleanno della Warp, etichetta che negli anni ’90 del secolo scorso ha segnato indelebilmente la musica elettronica, associandola a un linguaggio visivo spiazzante, provocatorio e d’impatto. Chantal Passamonte (Mira Calix), inoltre, nasce come fotografa e ha preso parte a numerose iniziative multimediali: nessuno di più adatto all’edizione 2010 della rassegna internazionale di video-arte a cura di Maria Campitelli.

Per info: www.catodica.it

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Mira Calix (Chantal Passamonte) compone e produce musica sotto le insegne Warp Records, etichetta per la quale ha pubblicato quattro album, dei quali il più recente è Eyes Set Against The Sun (2007).
Ha cominciato la propria avventura musicale col djing, suonando a innumerevoli serate per club e a supporto di diversi tour, aprendo per diversi artisti, da Radiohead a Boards Of Canada. Il suo stile unico e aperto l’ha portata a molti festival, inclusi il SONAR, Glastonbury e il Faster Than Sound. È apparsa a tre All Tomorrow’s Parties (prestigioso festival inglese curato ogni anno da celebri musicisti e band). Nel 2002 ha suonato al Musica Festival di Strasburgo con Steve Reich, tornando l’anno successivo al fianco di Stockhausen. A inizio 2004 le viene commissionata la musica per un’installazione presso il conservatorio di Barbican (Londra), in occasione della riapertura della famosa galleria d’arte. A settembre di quell’anno, questo pezzo è stato pubblicato assieme a “Nunu”, una collaborazione con la London Sinfonietta e… con uno sciame di insetti vivi (!). La prémiere di “Nunu” ha avuto luogo presso la Royal Festival Hall e successivamente il pezzo ha girato l’Europa, con performance al Concergebouw, al Paraca Della Musica e alla Mariinsky di Mosca. Nel 2005 Mira Calix è entrata a far parte di un nuovo progetto, chiamato Alexander’s Annexe, assieme alla pianista Sarah Nicholls e a David Sheppard, il cui debutto live è stato al Ravello Festival. Chantal performa il proprio materiale, ma lavora spesso su commissione (alcuni dei committenti: Royal Shakespeare Company, Opera North, Manchester International Festival). The Elephant In The Room, un disco contenente tre di questi lavori, è uscito per la Warp nel 2008.

Nel 2009 Mira Calix ha vinto il British Composer Award per la sua composizione “My Secret Heart”, nella categoria “community and education category”. “My Secret Heart” è una commissione ricevuta da un ente di carità per i senzacasa, Streetwise Opera (www.streetwiseopera.org), allo scopo di dar vita a un’installazione audiovisiva assieme al video artist Flat-e e (di nuovo) al sound designer Dave Sheppard. Hanno lavorato con cento performer della Streetwise, provenienti da tutto il Regno Unito, per creare qualcosa di unico. Il pezzo è ispirato all’opera corale dell’Allegri (1582-1652) “Miserere Mei”.

20 ottobre 2008

BASAGLIA, TRIESTE, LE PAGINE DEL CAMBIAMENTO con LELLA COSTA e PAOLO FRESU

S’intitola “(Tra parentesi). Basaglia, Trieste, pagine del cambiamento” il racconto teatrale per voce e tromba andato in scena in anteprima nazionale lunedì sera al Teatro Sloveno di Trieste. Prodotto dalla Fabbrica del cambiamento nell’ambito delle iniziative promosse per celebrare i trent’anni trascorsi dalla rivoluzionaria riforma del 1978, lo spettacolo è un’emozionante occasione per rivivere e ricordare, ancora una volta. La voce è quella esperta e partecipe di Lella Costa mentre la tromba porta il timbro inconfondibile che sa dare ai suoni Paolo Fresu. Soli su un palcoscenico scabro ed essenziale, per lasciare il maggior spazio possibile all’evocazione.

A raccontare una grande storia sono piccoli frammenti estremamente personali - le testimonianze di chi ha vissuto sulla propria pelle quegli anni - concertati in un unico testo che ripropone con sensibilità intelligenti spunti di riflessione. Le parole sono prese a prestito per lo più da scritti e testimonianze di Franco Basaglia, di Franco Rotelli, di Fabrizia Ramondino, dal libro di Peppe Dell'Acqua “Non ho l'arma che uccide il leone” (rieditato da Stampa Alternativa), da materiali custoditi negli archivi del Dipartimento di Salute Mentale. E da Sergio Atzeni.
In apertura si presentano in scena due attori dell’Accademia della Follia per annunciare lo spettacolo, a confermare, se mai ce ne fosse bisogno, che si sta prendendo parte all’ennesimo tassello di un progetto ben più ampio. Un progetto che, evento dopo evento, continua ad accompagnare il pubblico a ritroso nel tempo, tra storie, aneddoti ed episodi legati alla legge Basaglia, a ciò che ha significato nel trattamento della malattia mentale e ai fondamentali cambiamenti che ha comportato a livello umano, culturale, sociale e politico.
Le storie prendono forma, modellate sui raffinati paesaggi sonori creati dal talento di Fresu, e seguono il ritmo mai statico dettato dalla solita brava Costa. E riemergono i vissuti, gli episodi più emblematici. Come la volta in cui il celebre musicista jazz Ornette Coleman, che nel 1974 tenne un memorabile concerto nel manicomio di San Giovanni, si ritrovò a seguire la fisarmonica di Rosetta, paziente intervenuta nel bel mezzo dell’esibizione intonando motivetti popolari. O come la commovente gita aerea dell’11 agosto 1975, organizzata per cento pazienti del manicomio triestino che da Ronchi ebbero l’opportunità di volare sopra le coste istriane.
Nell’aria vibrano vive punte di amarezza e di eccitazione. E alla fine sembra di conoscere ancora un po’ di più chi c’è stato, chi ha messo in gioco tutto, senza riserve. Perché gli internati non siano più oggetti che intrattengono con le istituzioni disumani “rapporti di manutenzione”. Perché non venga più negato ad un malato il suo diritto di poter essere un cittadino, utile e felice. Perché anche chi è stato “misurato” folle attraverso metri discutibili e inadeguati, trovi la propria possibilità di passare in questo mondo più leggero, senza spezzarsi in cattività.
di Cristina Favento, articolo pubblicato sul quotidiano "Il Piccolo" di mercoledì 8 ottobre 2008
Foto di Emiliano Briguglio © www.pubbligraf.it

21 maggio 2008

POP ART MAN, interivsta a PIER PAOLO BISLERI

Per un progetto dedicato al teatro lirico che uscirà "a puntate" Fucine Mute, ho intervistato Pier Paolo Bisleri, direttore degli allestimenti per il Teatro Verdi di Trieste e scenografo dell’Iris andata in scena recentemente per la regia di Federico Tiezzi.



"... ho avuto la fortuna di lavorare con Andy Warhol, con Christo, che impacchettava i monumenti e con Boris, cito solo questi tre nomi per tutti. Allora quando lavoro con i tubi al neon, non posso pensare di non avere negli occhi i tubi al neon di Dan Flavin, quando faccio la scena qua intorno che vedete (siamo seduti sulle colonne e riproduzioni statuarie che comporranno la scenografia della Norma, nda) non penso al bianco marmoreo di Michelangelo ma piuttosto al bianco opaco di Segal, il famoso scultore della pop art americana che fa queste sculture rivestite di gesso e inserite in contesti urbani o particolari.
Probabilmente su una grande lastra di ferro che comporrà il pavimento della scena a teatro, ci sono Andrè Cadere o Naumann
..."

Leggi l'intervista su Fucine Mute

14 maggio 2008

MAGIE MUSICALI A VIENNA

Mentre davanti al Rathaus un pannello già segna il contdown per i campionati Europei di calcio, Vienna fiorisce e si appresta a indossare i suoi abiti migliori, intessuti di note sublimi e di primaverili appuntamenti mondani. Nel corso del “Wiener Festwochen“, che si è aperto la scorsa domenica con i Filarmonici di Vienna ad interpretare la Terza Sinfonia di Gustav Mahler, saranno anche quest’anno di casa gli eccellenti interpreti che hanno fatto della città la capitale mondiale della musica. Nelle quattro sale del Musikverein, sede della manifestazione che proseguirà sino al 15 giugno, è previsto un programma eterogeneo.

Tra i momenti più intensi del festival, ci sarà l’esibizione dell’orchestra “Koninklijk Concertgebouworchester Amsterdam”, con il baritono Thomas Quasthoff (31 maggio). Il programma prevede pezzi di Webern, Schubert e Beethoven. E non mancheranno neanche i virtuosi del pianoforte: il 27 maggio Rudolf Buchbinder, il 4 giugno Alfred Brendel ed il 6 giugno Maurizio Pollini. Un momento più giovane sarà riservato alla serata jazz con la partecipazione di Anne Sofie von Otter (29 maggio), ospite anche di altri appuntamenti.

Il 7 e l’8 giugno avranno luogo due concerti con interpreti di altissimo calibro. In occasione del centesimo anniversario della nascita di Herbert von Karajan sarà il “suo” coro, il „Singverein der Gesellschaft der Musikfreunde“ ad interpretare insieme ai Filarmonici di Vienna, diretti da Riccardo Muti, la „Messa da Requiem“ di Giuseppe Verdi, esattamente come avvenne nel 1989, all’ultimo concerto in cui i Filarmonici suonarono insieme a Karajan. Anche l’oratorio di Haydn „Le stagioni“ potrà contare su interpreti brillanti: Nikolaus Harnoncourt dirigerà il suo “Concentus Musicus Wien” e il coro “Arnold Schönberg”; vi parteciperanno in qualità di solisti Genia Kühmeier, Ian Bostridge e Gerald Finley.
Trovate a disposizione il programma completo del festival nel sito http://www.festwochen.at/. Per chi fosse interessato a più spettacoli, c’è la possibilità di scegliere tra diverse formule di abbonamento. I biglietti teatrali, inoltre, sono validi anche per muoversi a Vienna utilizzando gratuitamente bus, tram e metropolitana a partire da due ore prima dello spettacolo e sino a sei ore dopo l’inizio della performance.
Oltre al Festwochen, la generosa offerta culturale della capitale austriaca contempla mostre, opere, operette, musical, concerti, balli e feste, purché si ricordi che a Vienna è buona abitudine prenotare con anticipo. Un’interessante alternativa “last minute” sono, però, i posti in piedi messi a disposizione dalla maggior parte dei teatri a prezzi bassissimi a partire da due ore prima dell’inizio degli spettacoli. Per assistere in piedi ad uno spettacolo dalla platea dell’Opera si spendono meno di 4 euro, la metà per accedere ai posti galleria e “balkon” ben valorizzati grazie alla straordinaria acustica del teatro.

Se proprio non si riesce ad accaparrarsi un biglietto, ci si può sempre consolare all’american bar “La Divina“, allestito come un palco dell’Opera e disegnato dallo scenografo stesso del teatro. In un'ampia loggia rossa, il locale accoglie un pianoforte a coda, pareti a cupola specchiate, un bar a forma di violino, copertine originali di dischi e oltre 120 cartoline con tanto di autografi. Chi si accontenta di un semplice intrattenimento al pianoforte (operetta, swing e jazz) si troverà bene anche nella deliziosa atmosfera del “Weimar café”, frequentato dagli artisti della vicina Volksoper sin dai primi del Novecento. Agli amanti del jazz consigliamo, invece, i locali “Joe Zawinuls Birdland”, “Porgy & Bess” e “Jazzland”.

di Cristina Favento, pubblicato su "Il Piccolo" di venerdì 9 maggio 2008

VIENNA DOVE...

Weimar Café9., Währinger Strasse 68, tel. & Fax 317 12 06 www.cafeweimar.at

La Divina 1., Hanuschgasse 3, tel. 01–513 43 19; www.ladivina.at

Per prenotazioni e informazioni sul “Wiener Festwochen“:
www.festwochen.at, tel. (+43 – 1) 58922456Musikverein, 1., Karlsplatz 6, tel. (+43 1) 505 81-90; www.musikverein.at

Informazioni turistiche:
Albertina Platz, 1 (ore 9-19); www.vienna.info

Passeggiate guidate in città:www.wienguide.at

11 maggio 2008

Èstoriabus a GORIZIA, ITINERARI STORICI

Con “Eneide ed eroismo”, una performance esclusiva di e con Vittorio Sermonti, si apre giovedì 15 maggio, a Gorizia, la quarta edizione del Festival internazionale della storia, ideato e organizzato dall’Associazione culturale èStoria. Venerdì 16 si entrerà nel vivo della manifestazione che, pur garantendo spazio alla trattazione storica e storiografica, menterrà un approccio interdisciplinare con incontri, lezioni magistrali, tavole rotonde, presentazioni, performance teatrali, concerti e mostre che proseguiranno fino a domenica 18 maggio. Seguendo quest’anno il tema “Eroi”, si spazierà dall’antichità alla contemporaneità, da Ulisse a Garibaldi, da Gilgamesh a Che Guevara, dagli eroi del volo ai Supereroi dei fumetti, dai miti televisivi a quelli dello sport.
Saranno oltre cento gli ospiti che daranno vivacità e lustro all’evento, tra questi: Valerio Massimo Manfredi, Paco Ignacio Taibo II, Claude Mossè, Rose Mary Sheldon, Paul Preston, Piero Boitani, Fabio Mini, Massimo Teodori, Elisabetta Vezzosi, Carlo Massarini, Gianluca Nicoletti, Paolo Balbo, Abdon Pamich, Gianni Rivera, Richard Bosworth e Erwin Schmidl.
In occasione del Festival, riparte anche “èStoriabus”, l’iniziativa messa a punto da APT Gorizia s.p.a. e da LEG – Libreria Editrice Goriziana, in collaborazione con la Regione Friuli Venezia Giulia – Turismo FVG, per viaggiare nel tempo e nella storia attraverso suggestivi percorsi culturali a Gorizia e sul territorio regionale. Quest’anno èStoriabus propone tre percorsi, di area medievale, moderna e contemporanea, durante ciascuna delle tre giornate di èStoria 2008. Le escursioni sono a numero chiuso: è possibile partecipare gratuitamente fino ad esaurimento posti (Per prenotazioni: info@estoria.it, tel. 0481.539210).
Nella prima giornata, venerdì 16 maggio, è in programma il tour "Nei luoghi della guerra veneto-austriaca per Gradisca 1615-1618" (partenza ore 9.30). L’itinerario attraverserà aree di notevole suggestione che ancora oggi testimoniano le vicissitudini di uno dei dimenticati conflitti europei dell’età moderna: dal 1615 al 1617 l'esercito della Repubblica di Venezia e quello dell'arciduca Ferdinando d'Austria si affrontarono sul territorio che dalla Val Canale giungeva a Monfalcone, sull'Adriatico, insistendo per un lungo tratto lungo il fiume Isonzo. Durante il percorso i visitatori saranno accompagnati dallo storico militare Riccardo Caimmi, che illustrerà gli aspetti salienti di questa guerra da egli stesso attentamente studiata.
Nella seconda giornata, sabato 17 maggio, il tour condurrà “Nelle terre dei Patriarchi” (partenza ore 11) e toccherà i luoghi principali del Patriarcato stesso, consentendo, con le visite al Museo Archeologico di Cividale, al Tempietto longobardo e alla Basilica di Aquileia, di comprendere la ricchezza delle vicende del medioevo friulano e di conoscere così delle autentiche perle del patrimonio turistico del Friuli Venezia Giulia. I visitatori saranno accompagnati dallo storico Paolo Cammarosano, docente di storia medievale e autore di svariati studi sulla storia del territorio.
Nella terza giornata, domenica 18 maggio, partecipando all’itinerario diretto “A Caporetto” (partenza ore 9.30), si potranno approfondire gli eventi di questo episodio chiave della Prima Guerra Mondiale, che saranno analizzati e spiegati ai visitatori, risalendo il corso dell’Isonzo, da Marco Cimmino, giornalista e storico specialista del settore, per poi essere approfonditi grazie alla visita al Museo e all’Ossario di Caporetto. Il punto di incontro per la partenza per ciascun itinerario è previsto in via Cadorna all’altezza dei giardini pubblici.

08 maggio 2008

UNO 007 TRIESTINO NELLA FICTION SU ALDO MORO, Intervista a Maurizio Zacchigna

In occasione del trentennale dei tragici eventi che segnarono il maggio 1978, domani e dopodomani, alle ore 21.15, Canale 5 trasmetterà una miniserie in due puntate dal titolo “Aldo Moro – il Presidente”, interpretata da Michele Placido assieme a Claudia Pandolfi e diretta da Gianluca Maria Tavarelli. Tra gli attori ingaggiati dalla produzione romana c’è anche il triestino Maurizio Zacchigna, reduce nell’ultimo anno da una lunga serie di partecipazioni a fiction televisive di successo: da “Maresciallo Rocca”, “Caso di Coscienza 3” e “Rebecca, la prima moglie” per la RAI a “RIS 4” e “Distretto di Polizia 7” per le reti Mediaset, a un episodio de “Il Commissario Laurenti” per la televisione tedesca.

Qual è il tuo ruolo nella mini serie tv che andrà in onda domani?
Interpreto un colonnello dei servizi segreti alle dipendenze dell’allora ministro degli interni Cossiga. Sono impegnato soprattutto nelle indagini sul covo dove è tenuto prigioniero Moro e, in un secondo momento, dovrò evitare che la moglie dello statista rompa il silenzio mediatico.

Come hai vissuto l’esperienza?
Rispetto ai precedenti lavori televisivi, l’impegno è stato diverso, soprattutto per l’impatto della vicenda trattata: non stiamo parlando di una storia inventata ma di un caso reale che ha scosso le coscienze di tutti. Tavarelli è un regista giovane, organizzato e con le idee chiare, ma so che hanno dovuto lavorare molto sulla sceneggiatura, ci hanno messo mano più volte, chiedendo diverse consulenze e incontrando i protagonisti reali della vicenda.

Cosa puoi raccontarci delle tue esperienze sul set?
Quello dell’attore televisivo, in genere, a meno che non si tratti del protagonista oppure di ruoli di primo piano, è un mestiere strano, che vive di momenti, tra un cambio di scena e l’altro. Ti studi la parte, prepari le battute e ti presenti quando e dove richiesto, senza, però, sentirti parte del tutto. Non hai la percezione dell’insieme, non sai nemmeno chi incontrerai sul set o che cosa esattamente indosserai. Il piacere della recitazione sta nel concentrare tutto in quei due minuti nei quali l’occhio della telecamera ti riprende. Devi riuscire a stare dentro la parte senza pensare ad altro. Non c’è un’evoluzione psicologica da interpretare in tempo reale, tutto è sezionato. I tempi di produzione impongono anche di girare assieme scene completamente slegate rispetto alla sequenza cronologica del film.

Hai alle spalle una solida formazione e molti anni di esperienze prettamente teatrali, come hai vissuto il passaggio dal palcoscenico alla tv?
Nel corso della mia carriera ho imparato a vivere la mia professione a 360°. La televisione ti dà grande visibilità, anche una minima particina, a volte, ha un peso specifico molto più rilevante rispetto ad un’intera, dura esistenza trascorsa in scena a teatro. Sono come due figli trattati senza equità: l’uno, pur facendo poco, si vede subito riconosciute quelle dignità d’artista, fama e riconoscibilità che l’altro potrebbe non raggiungere mai, nonostante lavori sodo, produca in senso culturale, abbia accumulato molta esperienza e sia capace di stare davanti ad un pubblico.

Progetti futuri?
Vivere del mio mestiere. Il mio baricentro resta quello di un attore teatrale. Nello specifico, mi considero un “attore della Contrada”, alla quale mi legano un profondo senso di appartenenza e una sincera solidarietà di progetto. Troppo spesso la compagnia viene identificata con un’immagine cittadina che si porta dietro dalle origini e rischia di essere riduttiva.
La Contrada ha assunto una reale funzione di teatro pubblico: nei suoi rapporti con istituzioni e amministrazioni, nell’attenzione dedicata alle scuole o nella capacità di trasformare la città stessa in un teatro a cielo aperto, per non dimenticare un’Accademia che funziona e la qualità delle produzioni, due delle quali sono in questo momento in tourneé nazionale con attori di fama.

di Cristina Favento, pubblicato su "Il Piccolo" di martedì 6 maggio 2008

30 aprile 2008

CERCARE UNA NUOVA BELLEZZA, intervista ad Aleksandar Popovski

L'allestimento di Città così vicina, dell’autore lituano Marius Ivaškevičius, in scena in anteprima slovena al Teatro Stabile Sloveno di Trieste dal 14 marzo 2008, ha suscitato grande interesse aprendo una finestra sulle ultime tendenze nella drammaturgia di nuova generazione dei paesi baltici.

"Pur non essendo un testo eccezionale", ci racconta il regista, "porta in sé una splendida definizione dei nostri rapporti interpersonali. Una ricchezza di personaggi che attraverso i propri destini aprono degli interrogativi che spesso oggigiorno soffochiamo in noi stessi. Quante volte ci capita di pensare alla nostra vita come ad una prigione dalla quale non possiamo fuggire. I nostri matrimoni assomigliano sempre più a galere, mentre i rapporti tra partner a quelli tra due gladiatori nell’arena mentre la ricerca dell’amore è l’unica ricerca legittima di cui oggi abbiamo bisogno. Le nostre voglie più ricercate, sono quelle che più ci isolano. In un modo molto poco pretenzioso, il testo in questione parla del più grande mistero, la vita".

di Cristina Favento
foto di Anna Bandelli

12 febbraio 2008

RACCONTARE CON IMMAGINI E MUSICA, INTERVISTA A CHIARA CARMINATI

Oggi alle ore 15, alla biblioteca Quarantotti Gambini, Chiara Carminati presenterà “Quadri di un’esposizione”, il suo ultimo lavoro dedicato all’infanzia. Illustrato da Pia Valentinis, il libro propone una nuova traduzione in forme e colori dell’opera di Modest Mussorskij. All’incontro con l’autrice, intervallato con musica dal vivo, seguirà al Teatro Miela (ore 21) lo spettacolo “Map, la prima carta del mondo”. Domenica 17, alle ore 17, sarà la volta di “Parole Matte”, incontro di musica, filastrocche e poesia, mentre alle ore 21 seguirà “Taccuino Sudamerica, storie di sogni, sorprese e sorrisi” dai racconti di Eduardo Galeano.
Accompagnata dai musicisti Giovanna Pezzetta e Leo Virgili, voce narrante degli appuntamenti, tutti organizzati nell'ambito della “Settimana della Linea Armonica”, sarà sempre Chiara Carminati. “Come racconto ai bambini, il mio lavoro è come un albero: ha un tronco unico - l'amore per le parole, i libri, le storie - che si sviluppa in tanti rami” svela l’autrice, attrice e giornalista “Nei laboratori si gioca con la poesia, si esplorano i libri per bambini e ragazzi presenti nelle biblioteche. Gli spettacoli sono delle letture ad alta voce, amplificate dalla musica e dalle immagini. Scrivere libri è un altro modo ancora di raccontare, che fa viaggiare le parole nello spazio e nel tempo”.
Come avviene il passaggio dal testo alla messinscena?
Per noi la messinscena è il testo. Non sentiamo il bisogno di un regista, consideriamo la nostra attività non come uno spettacolo teatrale, quanto come un lavoro di gruppo su parole, musica e immagini, ma è prima di tutto il testo quello che vogliamo far passare.
Resta, però, fondamentale l'anima musicale...
La poesia è musica fatta con le parole. L'incontro con i musicisti della Linea Armonica mi ha insegnato tantissimo. Assistere alla nascita e trasformazione musicale dei nostri spettacoli, mi ha aiutato anche nella "traduzione" in versi e storie delle musiche di Vivaldi, Saint-Saens e Mussorskji.

Che cosa vi preme trasmettere al vostro pubblico?
Vogliamo dare un'occasione giocosa di ascolto a grandi e bambini insieme. Uno spazio calmo da concedere all'immaginazione. Oggi i bambini sono abituati ad un ascolto molto visivo, passivo, noi vogliamo, invece, stimolarli ad un ascolto più creativo.

Perché proprio i testi di Eduardo Galeano?
È stato un incontro fulminante. I suoi racconti sono eccezionali per brevità e forza espressiva. Riescono a coniugare ironia e denuncia, sempre con molta consapevolezza.

di Cristina Favento,
articolo pubblicato su Il Piccolo di martedì 12 febbrario 2008

06 febbraio 2008

Disomogenee suggestioni tratte dai testi di Mauro Corona

«Se tutti facessimo un po' più di silenzio, forse qualcosa potremmo capire». Per spiegare il suo progetto, “Storie di alberi, storie di uomini”, che ha debuttato lunedì scorso e si conclude stasera al Teatro Miela alle ore 21, Riccardo Maranzana cita proprio le parole che Fellini utilizzò nella conclusione del suo film “La voce della luna”. L’attore e regista tenta di portare a teatro un silenzio tutto suo, fatto dapprima di buio e suoni e poi via, via, intessuto di musica, voci, immagini e canto. L’idea per lo spettacolo nasce da una serata sperimentale: una lettura inscenata al rifugio Premuda, in Val Rosandra, qualche mese fa. Enormi piante per cornice, tanta natura da raccontare e molti spunti di riflessione che vengono dalle montagne friulane. Le parole erano naturalmente quelle di Mauro Corona. Maranzana, ispirato dall’esperienza e dai testi, ha iniziato allora un meticoloso taglia e cuci che ha attinto a “Il volo della martora”, “Le voci del bosco” e “Storie del bosco antico”, tutti nati dalla penna dello scrittore friulano.
I testi scelti sono permeati da una serena solitudine e caratterizzati da un’asprezza a tratti dolcissima, da una rispettosa semplicità, da precisione e conoscenze che derivano dall’assidua pratica. Corona, infatti, è anche scultore ligneo e gli alberi, la materia prima, li “frequenta” da anni, li tasta quotidianamente, ci parla addirittura. L’universo raccontato dalle voci del regista e di Franco Korosec, affiancati dal canto friulano di Claudia Grimaz e da alcuni musicisti di formazione jazzistica, è un mondo nel quale s’intrecciano vita vegetale, animale, umana, ultraterrena. Gli alberi sono protagonisti ma si parla anche di fieri boscaioli, di un’infanzia montanara ad Erto, del Vajont, del venerdì santo. L’impressione, però, è che molti dei temi trattati siano stati teatralmente poco valorizzati, che perdano d’intensità in un insieme troppo disomogeneo. Anche la bellissima voce della Grimaz finisce per formare un contrasto sbilanciato rispetto all’intimità raccolta comunicata dal testo.
Gli spunti di Corona, così restituiti, non bastano a coinvolgere completamente lo spettatore nel mondo narrato e l’insolito intervento musicale, anziché arricchire la suggestione, la turba. L'accostamento, d'altronde, è un po'ardito: non è facile immaginare un boscaiolo che, nella quiete dei boschi, si dedichi al suo lavoro di precisione facendosi guidare dalle improvvisazioni del jazz.
di Cristina Favento, pubblicato su "Il Piccolo" di mercoledì 6 febbrario 2008

04 febbraio 2008

STORIE DI ALBERI, STORIE DI UOMINI, intervista a RICCARDO MARANZANA

Dai testi di Mauro Corona, scrittore a artista friulano, nasce “Storie di alberi, storie di uomini”, una lettura con musica dal vivo in scena al Teatro Miela da domani al 6 febbraio. “Noi siamo alberi e gli alberi sono uomini”, recita una frase dell’autore, a ricordarci come il nostro destino, nel bene e nel male, sia indissolubilmente legato a quello della natura. A curare la regia del progetto è Riccardo Maranzana, che sarà anche interprete del testo assieme a Franco Korosec e Claudia Grimaz, controcanto femminile rispetto all’io narrante e “anima lunare del bosco e delle piante”.

“Ho conosciuto Corona in occasione dell’adattamento, curato con la regista Sabrina Morena, per “Il fondo del bicchiere” (tratto da “Aspro e dolce” e messo in scena al Miela nel 2006) e sono rimasto piacevolmente sorpreso dalla sua disponibilità”, spiega Maranzana. “Nel testo ripercorre la sua vita e racconta le sue disavventure alcooliche, ci sono tantissime situazioni e personaggi. Il nostro adattamento prevedeva, invece, solo tre personaggi e, più che riproporre testualmente, ripercorreva le atmosfere evocate dal romanzo. Corona, contrariamente a quanto avviene di solito, ha compreso e sostenuto il nostro lavoro, non è stato geloso delle sue pagine.
Perché ha scelto nuovamente i suoi testi?
Quando Sabrina mi ha proposto il primo lavoro, ero stato convocato solo in veste di attore. La lettura del libro, però, mi ha molto colpito. Ho capito subito che si trattava di materia adatta a situazioni teatrali e mi sono appassionato ai temi dell’autore. Non si parla solo di boschi e di natura, c’è molta tragicità, che ben si presta alla vita scenica dove i conflitti sono necessari. Qualcuno ama ma non è riamato; la natura è meravigliosa ma non sempre amica; la vita è bella ma è anche terribile. Nel testo non c’è giudizio morale. Mi piacciono il rispetto, l’umiltà che Mauro può insegnare, che ci dicono le sue storie, il suo raccontarsi senza pudore, con sincerità.

Lo spettacolo sembra suggerire allo spettatore di rimanere in ascolto…
Questo è uno dei messaggi che personalmente interpeto leggendo le cose di Mauro. Ci suggerisce di attivare altri sensi, che ti avvicinano ad altre realtà. Forse è necessario fare silenzio per poter udire altro, per dare spazio ad una dimensione più spirituale. C’è bisogno di trovare una solitudine interiore che non sia malinconica o triste ma semplicemente un vuoto necessario per sentire.
Non voglio suggerire agli spettatori cosa devono pensare, mi piacerebbe, però, portarli sotto un grande albero a riposare, riportare l’atmosfera del bosco e delle piante a teatro. Non in senso fisico, non ci sarà nessun albero, neppure un ramoscello, ma solo con voci, musica e immagini, evocative per contrasto o affinità.

Che rapporto c’è, invece, tra testo e musica?
Per associazione alogica, invece di immaginare la lettura e quindi la musica come sfondo e commento, assieme ai musicisti abbiamo scelto dei pezzi che stessero assieme per sentimento. Come se le voci e la musica fossero entrambi protagonisti, a volte assieme a volte alternandosi, e portatori d’immagini. L’intento è regalare sensazioni, emozioni, provocazioni, anche grazie all’imprevedibilità jazz, ai suoi ritmi meno quadrati. Non ci sono risposte così come non ci sono nei testi di Mauro, spesso criticati per l’eccessiva semplicità che, però, è anche la loro forza.

di Cristina Favento,
articolo pubblicato su "Il Piccolo" di domenica 3 febbrario 2008

04 gennaio 2008

PIGNARUL, RIEVOCAZIONI STORICHE E PRONOSTICI PER FESTEGGIARE L'EPIFANIA IN FRIULI

A chiudere il periodo più magico dell’anno ci pensa l’Epifania, vissuta in Friuli Venezia Giulia con solenne e festosa intensità. Protagonista delle più antiche usanze europee e mediterranee, la dodicesima notte porta con sé antichi riti e celebrazioni che, nella nostra regione, vanno dalle spettacolari pire di origine celtica alle rievocazioni storiche di tradizione medievale.

L’utilizzo propiziatorio del fuoco caratterizza i tipici “pignarûi” friulani, detti anche “panevìn” o “foghere”, una tradizione popolare del Friuli e dell’alto Trevigiano. L’accensione dei falò, un rito atto ad allontanare gli influssi malefici e a invocare la benevolenza delle divinità, era originariamente un’usanza risalente a riti pre-cristiani, fatti propri dal Cristianesimo e introdotti come vigilia dell'Epifania nel calendario popolare. In alcune zone del Triveneto, dove la tradizione prende il nome di “casera” o “brusar la vecia”, si usa anche bruciare un fantoccio posto sopra la pira di legna nell’intento di lasciarsi alle spalle il passato. I trimillenari fuochi dei pignarûi, però, accesi per lo più sulle sommità dei colli, sono scevri "di diavoli goffi e di bizzarre streghe".

In base alla direzione di fumo e faville, si pronostica il futuro: se si dirigono verso est ci sarà buona sorte nei mesi a venire, se si dirigono verso ovest è presagio di difficoltà e sarà meglio spostarsi per andare in cerca di fortuna, secondo il proverbio friulano "se il fum al va a soreli a mont, cjape il sac e va pal mont, se il fum invezit al va de bande di soreli jevât, cjape il sac e va al marcjât". Lo stesso proverbio nel Veneto nord-orientale recita: "Se le fuìske le va a matìna ciòl su'l sàc e và a farina, se le fuìske le va a sera pàn e poènta a pièn caliera". E accanto al fuoco si gusta il caldo vin brulè, aromatizzato con cannella e chiodi di garofano, e si mangia la tradizionale “pinza”, una focaccina con farina di mais, pinoli, fichi secchi, uvetta, accompagnata anche da altre pietanze tipiche. Di anno in anno, tra il 5 e il 6 gennaio, la consuetudine si rinnova scaldando gli animi, animando le fredde notti montane e le speranze per l’anno nuovo.

Fra i falò più belli e suggestivi vi è il “Pignarûl Grant” di Tarcento, sulle colline alle spalle di Udine, che arde su un’altura tra le rovine del Cjastelàt (Castello). All’imbrunire del 5 gennaio un corteo di centinaia di figuranti in costume medievale percorre le strade del paese fino ai piedi del Colle di Coia, dove il "Vieli Venerand", il vecchio venerando metà druido e metà sacerdote, accende il rogo. Altri e più piccoli falò brillano nelle frazioni vicine creando splendide coreografie luminose. A concludere la festa i rappresentanti delle borgate (Pignarûlars), muniti di fiaccola, partecipano alla spettacolare Corsa dei carri infuocati per conquistare il Palio.Suggestivi fuochi epifanici illuminano anche le notti di Cassacco (il falò più alto della regione), Tricesimo e Latisana, mentre sulla cima dei falò di San Vito al Tagliamento (ne vengono accesi una decina), Sesto al Reghena e Cordenons si usa bruciar un fantoccio con le fattezze di strega.

Il 6 gennaio fa rivivere anche gesti e riti di antica memoria attraverso alcune cerimonie religiose. Tra queste, in provincia di Udine, viene celebrata ogni anno la Messa dello Spadone, nel corso della quale avviene la rievocazione della solenne investitura del Patriarca Morquardo Von Randeck che, nel 1366, fu insignito del potere politico, militare e civile da parte dell'imperatore. Nel Duomo di Cividale, antica capitale longobarda, il Diacono, con il capo coperto da un colorato elmo piumato, stringe in una mano l’antico Evangelario e nell’altra la spada appartenuta al Patriarca di Aquileia, con la quale benedice gli astanti all'inizio e alla fine della funzione. L'ultimo saluto segna anche, secondo la tradizione, l'inizio del Carnevale. La Messa è ritmata da antichi canti acquileiesi e viene celebrata in latino. A celebrare la spettacolare rievocazione, dopo la funzione, centinaia di figuranti si riversano per le vie di Cividale riportando la cittadina agli antichi fasti medievali.

di Cristina Favento,
pubblicato su Il Piccolo di venerdì 4 gennaio 2008

TUFFO NEL MEDIOEVO, NEL CINEMA D'ANIMAZIONE E NEL CICCOLATO A GEMONA


Particolarmente vivace si prospetta il weekend gemonese animato da vecchi e nuovi appuntamenti. Secondo tradizione, il 6 gennaio si rinnova l’antica usanza che celebra l’Epifania del Tallero e affonda le proprie radici nel Medioevo. Fulcro dell’evento è la Messa celebrata nel romanico-gotico Duomo di Santa Maria Assunta, costruito a partire dal 1290, preceduta e seguita da un corteo storico in costume. Accompagnato dai tamburi che ne cadenzano l’incedere elegante, i partecipanti attraversano la medievale via Bini, caratterizzata da strutture architettoniche riportate a nuova vita grazie a un'attenta opera di restauro dopo gli eventi sismici del 1976. Dame e cavalieri seguono il sindaco a rappresentare la Comunità civile che, durante la Messa, nelle mani dell’Arciprete, offre alla Chiesa un dono concreto, nella forma appunto di un tallero d’argento, come segno di collaborazione tra potere spirituale e temporale.
La cerimonia è ricca di immutati gesti rituali, gli stessi che la Magnifica Comunità di Gemona ha compiuto per secoli e secoli. La consegna del Tallero nelle mani del Capitano del Popolo, il corteo dei nobili nei loro ricchi abiti scortati dal drappello delle guardie, l’animazione medioevale e l’esibizione di musici nelle suggestive vie del centro storico sono motivo di curiosità e interesse, in particolare per gli appassionati del periodo medievale.

Gli amanti del cinema avranno occasione di visitare, invece, alla Galleria della Cineteca (Piazza Municipio 2), una mostra sulle “Silly Symphonies” disneyane tutta dedicata, attraverso fotografie e videoproiezioni, all’affascinante mondo dell’animazione. L’attenzione è incentrata su uno dei grandi pionieri del genere, Ladislas Starewitch (1882-1965), “mago dei pupazzi animati”, già protagonista lo scorso ottobre alle Giornate del Cinema Muto. La manifestazione pordenonese ha dedicato all’artista russo una mostra e una retrospettiva grazie alla quale il pubblico ha riscoperto in Starewitch il precursore di uno dei geni contemporanei dell’animazione, Tim Burton. La mostra, ad ingresso libero, resterà aperta fino a domenica 27 gennaio (orario: sabato 17-20, domenica e festivi 11-13 e 17-20).

Il centro storico di Gemona del Friuli raccoglie esempi architettonici dei più vari, a testimonianza del suo vivace passato storico culturale. Oltre al Duomo e alla tipica via Bini, sono interessanti anche il Palazzo Comunale, elegante edificio cinquecentesco restaurato che conserva reperti di epoca romana; il Castello, ancora in fase di ricostruzione, che comprende un bel parco panoramico; il Santuario di Sant'Antonio, il più antico luogo di culto dedicato al Santo, che colpisce per il vivace cromatismo delle vetrate interne e del grande mosaico della parete di fondo. Qui è possibile visitare una interessante collezione di ex voto e il Museo "Renato Raffaelli" che espone opere del Seicento veneto.
Passeggiando tra le vie del centro storico, dal 4 al 6 gennaio, sarà possibile deliziare non solo la vista ma anche il palato grazie a “Chocolando”, una tre giorni dedicata ai più insigni maestri cioccolatieri italiani che presenteranno la loro migliore produzione artigianale in stand personalizzati.

di Cristina Favento,
pubblicato su Il Piccolo di venerdì 4 gennaio 2008

28 dicembre 2007

PUPKIN KABARETT A CAPODANNO

Mentre i politici si dedicano a discorsi seri e altisonanti, a teatro, il Pupkin Kabarett, scanzonato specchio della nostra nuova triestinità centro-europea, si concentra sulla modesta quotidianità. Domenica scorsa al Teatro Miela, senza pretese e senza prendersi troppo sul serio, il clan di attori ha dato vita all’ennesimo happening in due tempi, scandito dagli energetici intermezzi musicali della Niente Band, composta da Riccardo Morpurgo al pianoforte, Piero Purini al sax, Luca Colussi alla batteria, Andrea Zulian al contrabbasso, Flavio Davanzo alla tromba e arricchita per la serata dal fisarmonicista Stefano Benni e dal violino di Toni Kozina.

Lo spettacolo, condotto dagli immancabili Stefano Dongetti e Alessandro Mizzi affiancati da Laura Bussani, ha visto naturalmente protagonisti il Natale e la caduta dei confini tra Italia e Slovenia. Tra un siparietto e l’altro, oltre alla comparsa di due alternative “nataline”, per onorare il periodo natalizio, è stato ripescato dagli archivi storici del Pupkin un esilarante video dell’opinionista opinabile che ha disquisito sul vizio e sull’emarginazione di cui sono vittima i non bevitori in territorio giuliano. Il profeta transfrontaliero Ma Sé, residente al monte Nanos ma impossibilitato a rientrare in Slovenia attraverso il confine di Fernetti ostruito da “un’inspiegabile calca di gente festante”, ha manifestato una struggente nostalgia per i bei tempi della “propusnica”.

Più frizzante e ritmato, il “secondo tempo” ci ha regalato una performance di Jack Calcagno e il consueto irresistibile “dramma radiofonico di coppia”, interpretato in dialetto triestino dalla Bussani e da Mizzi. Quest’ultimo ha chiuso la serata con il suo personale resoconto della “caduta”: visto che non siamo a Berlino, ha raccontato, il tutto si è ridotto a una banale ressa per “magnar e bever, come al solito… tanto no xè cambiado niente, almeno finché, oltre ai confini, no i se decidi a cavar sto maledeto semaforo de Aquilinia!”.
All’appuntamento si è presentato, come di consueto, un pubblico piuttosto numeroso che ha affollato la sala e ha dimostrato di apprezzare la comicità di Dongetti, Mizzi & company. Il prossimo appuntamento Pupkin sarà al Teatro Miela lunedì 14 gennaio.
Nel frattempo, però, i fan potranno seguire l’allegra brigata in onda su Telecapodistria alle 22.30 del 31 dicembre con la trasmissione “Fermi tutti… è Capodanno!”. In nome di un rinnovato sodalizio italo sloveno, i telespettatori trascorreranno l’ultima serata del 2007 a suon di sketch in compagnia dei cabarettisti triestini in trasferta a Portorose. Protagonista della trasmissione sarà soprattutto la musica: due cantanti, Leo Zannier e Raffaele Rampini, accompagnati da un’orchestra di otto elementi, composta dalla solita Niente Band allargata da violino, trombone e fisarmonica, ci intratterranno con una quindicina di brani musicali nel corso della serata. Non mancheranno momenti dedicati al consueto “umorismo popolare” e alle immancabili riflessioni sulla nostra perduta identità di frontiera. In programma anche alcuni collegamenti con gli inviati speciali da Mosca, Parigi e… Capodistria. Nel bilingue referente russo si potrebbero notare spiccate somiglianze con l’opinabile Rado Strukelj.

di Cristina Favento, pubblicato su Il Piccolo di giovedì 27 dicembre

23 dicembre 2007

PUPKIN KABARETT PRENATALIZIO - INTERVISTA AD ALESSANDRO MIZZI


Reduci dal “Cantiere” muggesano diretto da Paolo Rossi, Stefano Dongetti e Alessandro Mizzi, accompagnati dal loro allegro entourage di attori e musicisti, tornano a intrattenerci stasera, alle 21.21 al Teatro Miela, con uno spassoso appuntamento Pupkin Kabarett.
“L’esperienza con Rossi, naturale proseguimento dei progetti iniziati assieme con lo spettacolo I Giocatori di Dostoevskij messo in scena quest’anno al Piccolo Teatro di Milano”, racconta Mizzi, “ci ha portato a un approccio al teatro ancora più artigianale, ci ha arricchiti nel mestiere. Mi raccomando però, Pupkin si pronuncia come si legge e non all’americana come fa Paolo! Ci siamo ispirati al personaggio interpretato da Robert De Niro nel film Re per una notte di Scorsese, Rupert Pupkin, un malriuscito comico di origine polacca che rappresenta l’icona del perdente".

Che cosa ci riserva lo spettacolo di stasera?
In genere non lavoriamo a tema, seguiamo piuttosto il percorso che si sviluppa nel corso della serata, ma il periodo c’indurrà a fare i nostri consueti commenti tra il serio e il faceto su alcuni argomenti quali il Natale, la caduta dei confini e la chiusura di questo 2007. Sarà insomma una sorta di antivigilia tragicomica. Faremo anche qualche previsione per il prossimo anno, a modo nostro naturalmente.

Chi ci sarà?
Ritroveremo personaggi vecchi e nuovi come Leo Zannier nella parte di Jack Calcagno, cantante italo americano impostoci dalla mafia (con una passione nascosta che non possiamo svelare), e Fulvio Falzarano nei panni del profeta transfrontaliero Ma Sè, il cui tempismo nelle previsioni lascia un po’ a desiderare… Naturalmente ci saremo Stefano Dongetti e io, la nostra “quota rosa” Laura Bussani, e la Niente Band con un organico maggiorato: da cinque elementi si passa a sette.

Con che cadenza riprenderanno l’anno prossimo i vostri happening al Teatro Miela?
Rispetto all’appuntamento settimanale delle scorse stagioni, ora ci esibiamo ogni due settimane e abbiamo trovato un bell'equilibrio. Riusciamo a prepararci meglio, a stressarci meno e c’è il tempo anche per curare progetti paralleli ed eventuali spettacoli itineranti. Al di là di questo appuntamento prenatalizio, il giorno dedicato al Pupkin resterà rigorosamente il lunedì. Innanzitutto perché è il giorno in cui tutti gli altri teatri non lavorano. Poi perché, nonostante qualsiasi deterrente, il nostro è uno spettacolo che ti fa iniziare bene la settimana.

Per il Pupkin prevedi un 2008 stabile o instabile?
La nostra forza è l’instabilità. Al di là del divertimento e dello spettacolo in sé, cresciuto di anno in anno sia nei contenuti, che nella forma artistica, siamo contenti di aver raggiunto un pubblico davvero trasversale ed eterogeneo, dal notaio all’operario, passando per gli studenti. Ci hanno detto addirittura che venire al Pupkin dà l’impressione che a Trieste succedano delle cose...
Nel 2008 prevediamo un ritorno a Zelig, dove già abbiam felicemente portato una piccola porzione della nostra cultura e del nostro dialetto, e la partecipazione in Croazia a un “Festival internazionale della risata” tra febbraio e marzo. Il 31 dicembre, inoltre, vi aspettiamo alle 22.30 su Telecapodistria con “Fermi tutti... è Capodanno!”.

di Cristina Favento,
pubblicato sul Piccolo di domenica 23 dicembre 2007

22 dicembre 2007

LA TRADIZIONE DEL PRESEPE IN ITALIA E IL GIRA PRESEPI IN FRIULI VENEZIA GIULIA

Come resistere all’incanto delle secolari tradizioni natalizie? Tra queste, tipicamente italiana, il presepe, o presepio, nelle sue varie forme e ispirazioni, è una delle più vive e popolari, in grado di affascinare sia credenti che laici, indipendentemente dall’età.
I primi a descrivere la Natività, fornendoci le basi di quella sacra rappresentazione che a partire dal medioevo prenderà il nome di praesepium, furono gli evangelisti Luca e Matteo: "Maria diede alla luce il suo figlio primogenito, l'avvolse in fasce e lo adagiò in una mangiatoia, perché in albergo per loro non c'era posto". Il termine presepe deriva appunto dal latino “praesaepe” (prae: "davanti"; saepire: "chiudere con una siepe”), ovvero recinto chiuso, mangiatoia, greppia.


Avvicinandosi ad un significato più comune, l'Enciclopedia dello Spettacolo definisce presepe “la rappresentazione tridimensionale della nascita di Cristo, realizzata con figure non fisse ma spostabili, secondo il senso artistico del costruttore, ed elementi veristici quali case, rocce, piante ecc., che, preparata per il Natale, viene tolta alla Purificazione”.
Il Friuli Venezia Giulia offre una gran varietà di presepi, con scenari e realizzazioni tutte da scoprire e, per guidarci alla scoperta di questi piccoli mondi, anche quest’anno l’Associazione regionale delle Pro Loco organizza il “Gira Presepi”. L’iniziativa propone una serie di itinerari, da percorrere in pullman, che coprono l’intero territorio regionale con circa 180 tappe e oltre quattromila opere esposte. Diverse le tipologie: mostra di presepi, presepi monumentali, esposizioni artigianali, presepi viventi, tutti illustrati in un’utile cartina, reperibili lungo le varie tappe e negli uffici turistici regionali.
Rispetto allo scorso anno, le sedi della quarta edizione del “Gira Presepi” sono quasi raddoppiate. In provincia di Udine si sono aggiunte le sedi di Chiusaforte, Porzùs (Attimis), Camporosso, Moimacco, Salino di Paularo, Precenicco e Brazzacco. Nel Friuli Occidentale debuttano Cordovado, Claut, Santa Lucia di Prata, Casarsa della Delizia, Tramonti di Sotto e Roveredo in Piano. La città di Gorizia è presente con tre siti mentre a Trieste sono confermate tutte le tappe, incluso il curioso Museo del Presepio, gestito dall’Associazione Italiana Amici del Presepio. Restano confermate le mete classiche: dalla tradizione di Perteole al grande presepe all’aperto di Ara di Tricesimo, tra i più conosciuti d’Europa, che occupa un’area di 2.500 m²; dai presepi di Castelmonte e di Moggio Udinese, che quest’anno festeggia la sua decima edizione, all’originale esposizione della Scuola “S. Maria degli Angeli” a Gemona del Friuli. (Info: Pro Loco FVG Villa Manin, tel. 0432 900908, http://www.prolocoregionefvg.it/).
Nel corso dei secoli il presepe ha seguito varie evoluzioni. Dopo una prima fase di semplici raffigurazioni, dapprima dipinte e poi scolpite in altari e cappelle appositamente dedicate e addobbate durante il periodo natalizio, dal 1300 in poi, la Natività è affidata all'estro figurativo degli artisti più famosi. Tra i tanti, Piero della Francesca, il Perugino, Dürer, Rembrandt, Poussin, Ghirlandaio, Murillo, Correggio e Rubens impreziosirono le chiese e le dimore dei più facoltosi committenti europei. Dalla fase cosiddetta aristocratica, nella quale il presepe, sontuoso e artisticamente raffinato, si diffonde presso le famiglie nobiliari, si passa infine all’evoluzione successiva, quando, estendendosi a tutti i ceti sociali, il presepe acquisterà un carattere più squisitamente popolare, così come lo conosciamo oggi.
Il primo presepe vivente, magistralmente dipinto da Giotto nell'affresco della Basilica Superiore di Assisi, fu realizzato da San Francesco che, nel 1223 in provincia di Rieti, a Greccio, organizzo una sacra rappresentazione della nascita di Gesù. Il più antico presepe inanimato del quale si ha notizia è, invece, quello che Arnolfo di Cambio scolpì interamente nel legno nel 1290 per Papa Onofrio IV. Alcune delle statue, realizzate ad altezza naturale, si conservano oggi nella basilica di S.Maria Maggiore a Roma.

di Cristina Favento,

articolo pubblicato sul Piccolo di venerdì 14 dicembre 2007

18 dicembre 2007

QUALE DROGA FA PER TE? UN PERSONAGGIO BRECHTIANO PER ANNA GALIENA

Anna Galiena, lontana dall’immagine che di lei il cinema ci aveva dato, si mette in gioco con coraggio a teatro in “Quale droga fa per me?” di Kai Hensel, in scena alla Sala Bartoli fino al 23 dicembre per la regia di Andrée Ruth Shammah. Lo spettacolo fa parte di un più ampio progetto, prodotto dal Teatro Franco Parenti, che riunisce i testi di tre giovani autori europei contemporanei, accomunati dalla volontà di raccontarci il presente senza rifugiarsi in facili semplificazioni emotive.

Il teatro di Hensel, autore pluripremiato e tra i contemporanei più rappresentati in Europa, è un teatro di intelligenti ribaltamenti che rovescia abilmente le sue premesse iniziali. L’autore ci offre la storia problematica e sincera di Hanna, una donna con un marito, un figlio e una bella casa liberty, apparentemente felice, che, da un giorno all’altro, si ritrova a dipendere da qualsiasi tipo di droga.

Il racconto al femminile inizia al punto di svolta, nel momento in cui le cose s’incrinano. La rappresentazione affronta una spinosa scelta esistenziale trasformandola in una sorta di conferenza, in un introspettivo viaggio conoscitivo nel quale trascina lo spettatore, coinvolgendolo anche fisicamente. Alcuni vengono fatti sedere su delle sedie allineate in fila sul palcoscenico e diventano una piccola platea nella platea, il pubblico della “conferenza”, parte integrante di uno spettacolo che volutamente indebolisce i confini tra finzione e realtà.
La scenografia ricorda quella di un’aula scolastica, grigia. Ci sono un tavolo, una sedia, una bottiglia d’acqua e un proiettore acceso. La protagonista entra in scena citando Seneca, ci mostra lucidi riassuntivi, ci illustra in maniera scientifica effetti chimici e psicologici delle varie droghe, come se davvero la sua fosse una lezione didattica. Ma ci parla anche del marito intento a far carriera, che beve e ha un’amante, del figlio di sette anni asociale e disturbato, dei loro problemi economici, dei suoi rimpianti.

In scena per un’ora e mezza c’è una Galiena che si muove nervosamente, che riesce a mantenere viva la nostra attenzione, che progressivamente si trasforma, anche nell’aspetto, sempre più scompigliato, quasi folle. Ci racconta ciò che le accade e ci spiega lucidamente le sue ragioni, ci fa capire che la vita è ben più complicata di ciò che sembra, che la realtà è molto più complessa, che per essere amati bisogna darsi e che “la menzogna è la nostra droga peggiore”, la droga di chi non sa osare e non riesce più ad essere tenero.
Costantemente in bilico tra emozione e considerazioni oggettive, Hanna ci coinvolge nelle sue vicende per poi straniarci d’improvviso e farci riflettere, impedendoci sia di immedesimarci, che di giudicare. Ci chiede addirittura di fare degli “esercizi”, di usare la suo storia per cercare di capire la nostra.

È un teatro epico insomma, nel quale i personaggi non parlano solo a se stessi ma dialogano direttamente con l’esterno, con la storia, con la società. Non sempre in questo tipo di operazione è facile riuscire. Il merito va ad un autore indubbiamente attuale e interessante, ad una regia sensibile e attenta e a un’attrice brava a rendere le sfumature intense e contrastanti del suo personaggio senza renderlo patetico.

di Cristina Favento,
pubblicato su Il Piccolo di lunedì 17 dicembre 2007