Cristina Favento
Visualizzazione post con etichetta Interviste. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Interviste. Mostra tutti i post
05 maggio 2013
IL COUCHSURFING CONQUISTA RADIO RAI!
Mai dormito sul divano di uno sconosciuto? E' ora di provare! Nella prossima puntata di Giroviaggiando, tutte le dritte per viaggiare in sicurezza, spendendo poco e, possibilmente, divertendosi! A parlarvi di Couchsurfing ci sarà la sottoscritta, intervistata da Chiara Meriani e Maddalena Lubini, conduttrici della trasmissione.
Dalle 11.15 all'interno di La Radio ad Occhi aperti, lo spazio Giroviaggiando prende voce fino alle 11.50, sulle frequenze di Radio 1 RAI (a Trieste: 91.5, le Altre frequenze dovrebbero essere sul sito della RAI, così come il link per la diretta in streaming). Vi aspettiamo!
29 marzo 2013
La ricetta di Wired per un governo italiano solido
"Dopo la bufera del M5S (e il fallimento di Pierluigi Bersani)" - Wired riflette sull'instabilità politica in Italia e interpella Jeremy Heimans, fondatore di Avaaz, ora CEO di Purpose, esperto in movimenti di partecipazione di massa, per capire come si potrebbe... uscirne vivi.
“Beppe Grillo deve stabilire un equilibrio: deve mantenere viva l’integrità e l’autenticità del suo Movimento ma allo stesso tempo deve dargli una struttura più matura, per avere forza anche sul piano politico” dichiara Heimas alla rivista sopra citata, rifacendosi all'esperienza di altri movimenti attivi in tutto il mondo. "I poteri tradizionali, i vecchi leader - aggiunge - non devono essere eclissati dalle nuove forze emergenti, ma al contrario devono adattarsi e schierarle in campo".
20 novembre 2012
Primarie del PD: Chi è Laura Puppato e perché la conoscono solo in pochi?
È l'unica donna del PD candidata alle primarie ma la sua figura non ha ricevuto in queste settimane troppa attenzione mediatica. Certo non si può dire che abbia il savoir faire mediatico di Renzi, il carisma di un leader politico esperto come Bersani, o l'arte oratoria di Vendola. Eppure, in un clima di estrema disillusione verso la politica, molte persone comuni e intellettuali la sostengono, proprio perché vedono in lei una speranza reale di cambiamento.
Non credevo fosse giusto che nessuno indagasse un po' più a fondo sul suo programma elettorale, così l'ho fatto io, pur non essendomi mai occupata come giornalista di politica.
Ringrazio il direttore di Affaritaliani.it Angelo Maria Perrino per il servizio che ha reso ai cittadini pubblicando questa intervista.
Cristina Favento
26 ottobre 2012
IL MIO REGALO SEI TU. VI RACCONTO L'ESORDIO DI SARAH SPINAZZOLA..
La prima volta che ho visto mio padre è stato in televisione.
È stata la mamma a farmelo vedere.
Una sera entra in camera mia con la sua amica Betta, accende la TV, gira per un po’ tra i canali, e poi dice «Guarda, quello lì è tuo padre».
«Be’, vi assomigliate», dice la Betta.
«È vero, avete lo stesso taglio degli occhi», dice la mamma.
«E anche il colore dei capelli», dice la Betta.
Sono lì, seduta sul letto di camera mia che ascolto la mamma e poi la Betta. Parlano come due dal parrucchiere mentre io in silenzio cerco di guardare lo schermo. Quello è mio padre, mi dico.
Leggi l'intera recensione e l'intervista su Affaritaliani.it
22 giugno 2012
Elogio dei Piedi al Festival della Viandanza. Intervista a Erri De Luca
L'andare, la montagna, con la sua forza e il suo fascino, l’uomo che si mette in cammino verso la cima, che sa fermarsi prima di conquistarla, l'umile lentezza di chi tiene in esercizio la lingua lontano dai clamori. Di tutto questo, e di molto ancora, tratterà l’incontro con uno degli scrittori italiani più acclamati, non solo a livello nazionale, degli ultimi vent’anni: Erri De Luca. Un incontro affascinante, con un viandante che è camminatore e alpinista, studioso autodidatta di lingue antiche, poeta e giornalista...
di Cristina Favento
Leggi l'intervista completa su Affaritaliani.it
15 maggio 2012
Festival della Viandanza dal 15 al 17 giugno a Monteriggioni, Toscana
Da venerdì 15 a domenica 17 giugno, nella splendida cornice di Monteriggioni, in provincia di Siena, apre i battenti la prima edizione del Festival della Viandanza. Una festa aperta a tutti lungo il principale itinerario di viandanza italiano: la Via Francigena. Tre giorni dedicati al viaggiare lento e consapevole, tre giorni di eventi gratuiti da prendere con calma.
“Perché gli uomini vanno girovagando invece di starsene fermi?”, si chiedeva un infaticabile viaggiatore del secolo scorso, Bruce Chatwin, ed è intorno a questa, e molte altre domande che ci investono da vicino – è possibile una nuova vita all’insegna della lentezza, lontana dalla corsa al consumo? Camminare per cambiare se stessi e il mondo? Esiste viaggiatore senza accoglienza? – che ruoterà il primo Festival della Viandanza.
Una vera e propria festa, aperta a tutti, che avrà luogo lungo il principale itinerario di viandanza italiano: la Via Francigena. Tre giorni di eventi gratuiti da prendere con calma, fitti di camminate per tutti i gusti e tutti i piedi: da quelle meditative, da fare all’alba, a quelle per i bambini e le famiglie, guidati da un asinaro, da attori, musicisti, e poi le camminate terapeutiche, dedicate a chi ha paura di partire o ha paura di tornare, o ancora le camminate civili e della memoria.
Non mancheranno gli incontri con gli autori, come quello a cui parteciperà Sébastien de Fooz, viandante belga che dopo aver compiuto un viaggio a piedi dalle Fiandre a Gerusalemme e averlo raccontato in un libro di successo, è diventato una vera star del mondo della lentezza, conducendo programmi televisivi e progettando, con il sostegno dell’Unione Europea, la “Via della Pace”, un cammino che attraverserà paesi, culture, religioni differenti, per unire Bruxelles a Gerusalemme.
Un incontro eccezionale sarà quello con Erri De Luca, uno degli scrittori italiani più acclamati e originali degli ultimi vent’anni, ma anche esperto alpinista e camminatore, che racconterà il suo rapporto con la montagna, la sua forza e il suo fascino, la dimensione dell’uomo che si mette in marcia verso la cima e che sa fermarsi prima di conquistarla, preservando l’umiltà dell’esploratore e la capacità di accogliere l’altro da sé, lo straniero che abita dentro e fuori di noi.
Sul fronte degli spettacoli due sorprese: una rappresentata da Ambrogio Sparagna, tra i musicisti più importanti nel panorama della nuova musica popolare italiana, etnomusicologo, grande virtuoso dell’organetto e fondatore dell'Orchestra Popolare Italiana dell'Auditorium Parco della Musica di Roma, che ci farà rivivere, accompagnato dalla sua orchestra, il mitico viaggio di Giuseppantonio e dei suoi compagni musici, partito nei primi del ‘900 a piedi da Napoli per giungere a Marsiglia. Un pellegrinaggio “al contrario”, nei solchi della Via Francigena, scandito da serenate e ballate, ninne nanne e tarantelle d’amore, ritmi frenetici e saltarelli, che coinvolgerà il pubblico facendolo ballare e cantare.
L’altra sorpresa ce la riserverà Paolo Rumiz, uno dei più noti giornalisti e scrittori di viaggio italiani, autore di reportage memorabili e grande camminatore, che ha confezionato assieme al compositore e musicista Alfredo Lacosegliaz – autore di musiche, tra gli altri, per Mario Monicelli e Moni Ovadia – uno spettacolo per la Festa della Viandanza. Un’anteprima nazionale, dunque, pensata e allestita
appositamente, un testo tratto dagli appunti del viaggio compiuto a piedi da Rumiz nel settembre 2011 da Trieste a Premantura, la punta meridionale dell’Istria. Sette giorni di incontri e di considerazioni, tra consigli di sopravvivenza e ricordi di percorsi precedenti, tra convivi popolani e fughe notturne di schietto misticismo, raccontati dalla voce del protagonista e scanditi da una narrazione musicale pensata per muoversi tra i diversi piani suggeriti: dalla materialità del bisogno quotidiano alle spiritualità del cosmo e delle presenze fatue che si incontrano in cammino.
Ma non può esistere, come si è detto all’inizio, pellegrino, viandante, camminatore, viaggiatore lento senza qualcuno disposto ad accoglierlo. Per questo motivo il Festival ha deciso di dare spazio al Primo Raduno Nazionale degli Ospitalieri Volontari, un gruppo di decine di donne e uomini che nel proprio tempo libero si adoperano per assistere chi cammina lungo il Cammino di Santiago e la Via Francigena. Sarà l’occasione per presentare al pubblico il loro servizio, per parlare del boom di Santiago, delle potenzialità della nostra Francigena e, soprattutto, in tempi difficili come quelli che stiamo vivendo, per discutere del tema dell’accoglienza, fuori da ogni logica di parte.
Essere lenti, però, non significa restare indietro, ecco perché il Festival vuole puntare, attraverso il lancio di due concorsi, a mettere i piedi ben saldi nel presente. Il primo, Premio Porte Aperte, sarà oltre che un gioco un esercizio di civiltà, e consisterà nel premiare la migliore struttura ricettiva “pellegrina” lungo la Via Francigena. L’intento è quello di promuovere la pratica dell’accoglienza e, inoltre, il tentativo di far passare l’idea che l’accoglienza può essere fatta a regola d’arte da tutti, a livelli diversi, con passione, rispetto per il territorio in cui si vive e apertura verso il forestiero.
Il secondo sarà il Premio Movimento Lento, dedicato interamente a chi si occupa di comunicare, mediante un sito web, un blog o gestendo un gruppo sui social network, la filosofia di vita slow, occupandosi di viaggi a piedi, in bicicletta o con qualsiasi altro mezzo lento a basso impatto, pubblicando mappe, recensendo libri o opere sull’argomento, dando spazio alle testimonianze scritte e video, dando consigli e fornendo le informazioni di cui i viaggiatori hanno bisogno.
Per finire, il Festival ha deciso di trasformare Monteriggioni in un vero e proprio mercato a cielo aperto. Le vie del paese saranno animate per 3 giorni da stand dell’editoria e dell’associazionismo di settore, nonché da un mercatino del baratto, nel quale gli escursionisti potranno scambiare vestiti e attrezzature da trekking.
Il Festival è realizzato da itinerAria con il supporto della Regione Toscana, di Toscana Promozione, del Comune di Monteriggioni e con la collaborazione del Movimento Lento.
Direttori artistici: Luigi Nacci www.nacciluigi.wordpress.com Luca Gianotti www.lucagianotti.wordpress.com Direttore organizzativo: Alberto Conte www.movimentolento.it/it/profiles/AlbertoConte
Segreteria Organizzativa: Chiara Rossi Tel. 345 6515891 - viandanzafestival@itineraria.eu - www.viandanzafestival.it
24 febbraio 2010
CON IL NASO ALL'INSU' - INTERVISTA A MARGHERITA HACK
Margherita Hack è irresistibile. Si approccia a chiunque con un candore e una semplicità disarmanti. Mentre parla del proprio lavoro, guizzi vivacissimi le attraversano i grandi occhi azzurri e sul viso le si schiude un sorriso da bambina. La sua casa triestina sembra una biblioteca, ci sono oltre ventimila volumi sparsi ovunque, tra mensole scaffali e tavolini. È qui che l'abbiamo incontrata, circondata dai suoi gatti, per il piacere di scambiare quattro chiacchiere sul mondo, visto da lei.
foto di Giulio Donini ©
15 dicembre 2009
HARUKI MURAKAMI E J.D.SALINGER

"I've been translating "The Catcher in the Rye" [to be published in Japanese next spring]. Most people think that book is about a child against society, but it's not so simple. The book is really about a disease of the mind. J.D. Salinger was writing about spiritual damage. And now we know what has happened to Salinger, and it's a tragedy. His book has inspired some assassins -- the man who killed John Lennon, and the man who tried to kill Ronald Reagan. It has some connection to the darkness in people's minds, and that is very important. It's a great book, but at the same time, Salinger was very close to that closed-circuit system in himself. He's in the open system as a writer, but I think his book is ambivalent about the two systems. I think that's one of the reasons it's so powerful"
Haruki Murakami
Murakami e Salinger, due scrittori che hanno entrambi nel proprio narrare il seme di un ipnotico struggimento spirituale.
Credo sia interessante ciò che dichiara Murakami a proposito di Salinger in un'intervista di qualche anno fa (il frammento riportato sopra). Fa rifLettere. Se avete voglia di condividere la vostra opinione a riguardo, scrivetemi.
Credo sia interessante ciò che dichiara Murakami a proposito di Salinger in un'intervista di qualche anno fa (il frammento riportato sopra). Fa rifLettere. Se avete voglia di condividere la vostra opinione a riguardo, scrivetemi.
02 maggio 2009
QUANDO IL PUNK SI FONDE CON IL TAO, INTERVISTA AL REGISTA MARC CARO
Approdato al Science+Fiction in occasione di Vojages Fantastique – la rassegna dedicata al cinema francese – il regista Marc Carò ha preso parte ad alcune presentazioni e incontri con il pubblico presente a Trieste. Ha risposto alle curiose domande dei presenti, ci ha parlato un po’ della sua straordinaria carriera e del suo modo di vedere la vita e di fare cinema.

Disegnatore per riviste di fumetti e sperimentatore di grafica animata in 3D, Carò inizia il suo percorso cinematografico grazie all’incontro col regista Jean-Pierre Jeunet, assieme al quale gira Delicatessen e La città dei bambini perduti. La loro collaborazione inizia però già nel 1974, con la realizzazione di numerosi cortometraggi di animazione. Il primo lungometraggio a quattro mani arriva nel 1991, ed è la surreale e visionaria storia d'amore colma di bizzarie e di ironica creatività che porta appunto il nome di Delicatessen.
Nel 1995 Caro e Jeunet realizzano insieme anche La città dei bambini perduti, un viaggio dentro la fantasia sfrenata dei due autori, i quali sperimentano anche nuove tecniche di ripresa e di modifica elettronica dell'immagine. Il film, non propriamente compiuto per alcuni aspetti, è però interessante per il confluire di tanti elementi diversi, soprattutto di matrice fumettistica e fantascientifica, che danno vita ad un fertilissimo universo creativo, riconoscibile e molto originale. Entrambi i film sono opere che esplorano infinite intuizioni visive, profondamente ricche a livello visivo.
di Cristina Favento
Leggi l'intervista su Fucine Mute
01 maggio 2009
TILT, intervista all'autrice CATERINA SERRA
Non vedere nessuno, è questa la cosa peggiore, non puoi sapere cosa vuol dire non vedere nessuno. Ti vengono in mente tutti quelli che avresti potuto incontrare quando ne avevi voglia, ma hai detto: Sono stanco, troppo affannato, non ho tempo. Ogni giorno mi viene in mente qualcuno che avrei voluto toccare, che avrei potuto annusare. Anche solo vedere, sai, solo vedere. Perché adesso non posso più I protagonisti raccontati da Caterina Serra in Tilt, recentemente pubblicato nella collana "I coralli" di Einaudi, sono affetti da quella che è stata definita "l'allergia del secolo": una malattia immunotossica causata dall'inquinamento e dall'esposizione ai prodotti chimici di sintesi, che colpisce milioni di persone ma di cui non si parla; una malattia in cui tutti possiamo riconoscere il nostro presente, la nostra condizione di vita, la nostra personale intolleranza al mondo. La Mcs, Sensibilità chimica multipla, nella sua fase iniziale, viene anche definita Tilt - Toxicant induced loss of tolerance (perdita di tolleranza indotta da sostanze tossiche - a sottolineare il cosiddetto punto di non ritorno che il nostro organismo raggiunge.
Ogni storia inizia con una serie di divieti e racconta come si può vivere evitando il contatto con il mondo: niente profumi e deodoranti, niente roba appena lavata o nuova, niente saponi, creme, trucchi, niente plastica, niente farmaci, pochissimi alimenti, niente odori e sapori artificiali... Sono storie di solitudine e di invisibilità, di lontananza da tutto ciò che si ama. Eppure corre lungo ciascuna di queste pagine, in questo coro continuo di voci, la stessa creativa, ostinata, sorprendente capacità di inventare ogni giorno un modo nuovo di adattarsi all'esistenza. La stessa fierezza. Perché alla fine vivere è tutto ciò che conta: «Sono deodorata, decolorata, sprofumata, ripulita, struccata, degassata, svuotata, decontaminata, disintossicata... Malata, viva».
di Cristina Favento, leggi l'intervista su Fucine Mute
20 aprile 2009
LE VISIONI METAFISICHE DI MOEBIUS, intervista a JEAN GIRAUD
Per gli appassionati di fumetto, Jean Giraud è un nome che racchiude un mondo, anzi parecchi mondi. Più noto con gli pseudonimi di Moebius e di Gir, è considerato uno dei più grandi autori di tutti i tempi.
Ideatore per Pilote del celebre personaggio Blueberry, Giraud ha realizzato anche storie fantastiche dallo stile onirico (sua la serie Il garage ermetico con Jerry Cornelius, Arzach e L’Incal su testi di Alejandro Jodorowsky) e ha lavorato per il cinema su capolavori della fantascienza come Tron (1982), Alien (1979), The Abyss (1989) e Il quinto elemento (1997). Nell'ambito del Science+Fiction e grazie alla collaborazione di Napoli COMICON, l'artista è stato ospite a Trieste come testimonial della retrospettiva Voyage Fantastique, dedicata quest’anno agli incroci tra il cinema di fantascienza francese e il mondo del fumetto, dove l'abbiamo incontrato.
Circondato da giornalisti e fan che gli chiedono ammirati di firmare albi e stampe, Moebius è tranquillo e disponibile. Vado a salutarlo sapendo che l’intervista non si farà perché è troppo impegnato, almeno così mi è stato detto. Per fortuna quel po’ di francese che ricordo facilita l’interazione. Scambiamo due parole e gli racconto che ero venuta lì con l’intento di strappargli qualche perla di saggezza. Lui risponde cortese, quasi sorpreso. Il suo sguardo è vivace e curioso, molto umano. Non capita davvero tutti i giorni di trovarsi di fronte un persona così. Sembra sempre essere lui quello più interessato a scoprire chi ha di fronte piuttosto che il contrario. Somiglia a come ho sempre immaginato dovesse essere un filosofo.
di Cristina Favento,
22 gennaio 2009
EDEN LOG. Intervista al regista francese FRANK VESTIEL
Franck Vestiel è un giovane cineasta francese che ha lavorato come assistente di regia per svariate produzioni francesi di genere, da Blueberry di Jan Kounen (tratto dal fumetto di Jean Giraud/Moebius e interpretato da Vincent Cassel e Juliette Lewis) a Saint Ange di Pascal Laugier, da Them di David Moreau a Dante 01 di Marc Caro.
Al Science+Fuction 2008 ha presentato Eden Log, il suo esordio da regista. Protagonista è Clovis Cornillac, interprete sul grande schermo anche del nuovo Asterix, dove ha preso il posto di Christian Clavier nei panni del piccolo guerriero gallico.
Al Science+Fuction 2008 ha presentato Eden Log, il suo esordio da regista. Protagonista è Clovis Cornillac, interprete sul grande schermo anche del nuovo Asterix, dove ha preso il posto di Christian Clavier nei panni del piccolo guerriero gallico.

Cornillac interpreta Tolbiac, un uomo che si risveglia in un ambiente buio, sotterraneo e cunicolare senza ricordare nulla di sé e di ciò che lo circonda. A poco a poco, lungo un percorso disseminato di misteriosi incontri e mostruose creature mutanti, braccato da minacciosi vigilanti, si farà strada nell’oscurità del labirintico mondo che sembra imprigionarlo, per raggiungere la superficie, alla ricerca della propria identità. Nel corso della fuga da un pericolo che non ha nome, ricomporrà lentamente i frammenti per far chiarezza sull’accaduto e sulla società che vive in superficie: Eden Log.
Il film, seppur non originalissimo negli spunti, risulta coinvolgente e riesce a catturare lo spettatore, trascinandolo nello svolgersi incalzante della storia. Riesce a stimolarne la curiosità grazie all’espediente utilizzato nella costruzione narrativa, lo intriga giocando sull’ambiguità del protagonista. Nonostante la scarsità di dialoghi e la quasi totale assenza del colore, l’intreccio è sostenuto da una puntuale attenzione per la qualità delle immagini e della fotografia ma soprattutto grazie a dei riuscitissimi effetti audio di grande impatto. Anche la colonna sonora dei Seppuku Paradigm contribuisce a creare le atmosfere giuste.
Le tonalità prevalentemente grigie, gli ambienti claustrofobici e decadenti, l’angosciante sensazione di minaccia e la tensione costantemente sopra il livello di guardia, restituiscono efficacemente l’idea di un mondo semi abbandonato, degenerato, in rivolta, dove tutti sono impegnati in una continua lotta per la sopravvivenza. L’impressione generale è che di nuovo non ci sia molto, che qualcosina andrebbe aggiustata ma che, ciò nonostante, il film funzioni bene.
di Cristina Favento,
leggi l'intervista su Fucine Mute
01 settembre 2008
SO WHAT! intervista a MARC KELLY SMITH, di Beatrice Biggio
10 agosto 2008
LE RAGAZZE DI TRIESTE, DOCUMENTARIO - INTERVISTA A CHIARA BARBO E ANDREA MAGNANI
GRADO. A chiudere oggi Lagunamovies 2008 sarà la presentazione, in prima nazionale, del film documentario "Le ragazze di Trieste - Triestine girls negli USA”, ideato da Chiara Barbo e da lei girato assieme ad Andrea Magnani.
Il film, prodotto da Zeroquaranta in collaborazione con La Cappella Underground e proiettato nelle scorse settimane a New York, racconta di quel particolare fenomeno di emigrazione di “spose triestine” che si verificò negli anni Cinquanta e si ispira soprattutto al libro “Trieste a stelle e strisce. Vita quotidiana a Trieste con il Governo Militare alleato” scritto da Pietro Spirito. Sarà proprio il giornalista, stasera alle ore 21, a coordinare l’incontro sull’isola di Anfora, al largo della laguna di Grado, al quale parteciperanno i due registi Chiara Barbo e Andrea Magnani, assieme a Giorgio Berni, esperto di musica jazz e autore di varie pubblicazioni fra cui “Cinquant’anni di jazz a Trieste”, un volume dedicato alle atmosfere musicali della Trieste anni Cinquanta.
“Dopo tanti anni trascorsi a Roma ad occuparmi di sceneggiature e produzioni per progetti altrui” racconta l’autrice e critica cinematografica triestina “avevo proprio voglia di dedicarmi ad un lavoro tutto mio. La scelta del soggetto è stata naturale perché sono cresciuta ascoltando tantissimi racconti su queste ragazze bellissime – le più belle si diceva - che sono scappate al braccio di ufficiali e soldati americani, anche per inseguire il sogno di una vita migliore. Mi sono chiesta spesso chi erano queste ragazze, cosa sapevano dell’America, e di quell’uomo che avrebbero seguito dall’altra parte del mondo, cosa pensavano, cosa sognavano, e cos’hanno trovato una volta arrivate lì. Ero semplicemente curiosa, non tanto di conoscere la storia ufficiale - già scritta e ben raccontata in numerosi studi, saggi e libri - ma piuttosto le vicende personali. Volevo raccontare le loro storie, o meglio,farle raccontare a loro personalmente, usando una telecamera e qualche immagine trovata negli archivi. Così ho cominciato a cercare...”
Come ha fatto a rintracciarle?
Ho iniziato a documentarmi sul periodo leggendo molto e facendo ricerche attraverso internet. Negli articoli o interviste spesso venivano citati alcuni nomi che ho provato a rintracciare. Ma soprattutto ho sparso la voce chiedendo ad amici e conoscenti. Sapevo che erano emigrate circa 1300 ragazze e, statisticamente parlando, doveva pur esserci qualcuno a Trieste che aveva ancora dei contatti con alcune di loro. Infatti così è stato e, una volta rintracciate le prime triestinian girl, poi sono state loro stesse a darmi altri nomi.
Come sono stati gli incontri dal vivo?
Molto emozionanti. Assieme ad Andrea Magnani abbiamo viaggiato dalla California alla Serra Nevada per incontrare queste donne, tutte ormai oltre la settantina ma estremamente dinamiche e volitive, con alle spalle una vita intensa, che ancora parlano tutte il triestino e addirittura lo impongono ai propri mariti!
E che cosa avete scoperto?
Contrariamente a quanto s’immagina, la maggior parte delle triestine arrivate negli USA non ha trovato situazioni di agio e ricchezza. Sono finite invece in piccoli paesini sperduti, conservando una fortissima nostalgia per Trieste, il luogo della loro infanzia e giovinezza.
Come ha risposto il pubblico di New York alla proiezione del documentario?
Siamo rimasti sorpresi per la grande partecipazione di pubblico e i numerosi riscontri da parte della stampa locale. Forse perché si tratta pur sempre di racconti al femminile, legati al tema dell’immigrazione, che hanno un che di universale, e, allo stesso tempo, incuriosisce la particolarissima situazione che si era creata all’epoca a Trieste.
Di che cosa vi state occupando ora?
Attendiamo l’ok dal Ministero per la produzione del lungometraggio “La lunga corsa” e stiamo ultimando “Caffè Trieste”, prodotto assieme alla Cappella Underground, un altro documentario girato a San Francisco in un famosissimo locale che ha aperto nel ’56 e che fu luogo di ritrovo per gli esponenti della Beat Generation prima, e di pittori, poeti e intellettuali poi. Coppola, tanto per dirne uno, ha scritto lì il padrino. Il proprietario, Gianni Giotta, è un novantenne originario di Rovigno che una volta immigrato negli Usa iniziò facendo il lavavetri arrampicandosi sui grattacieli. Abbiamo voluto raccontare alcune delle storie che girano attorno a questo luogo storico.
Il film, prodotto da Zeroquaranta in collaborazione con La Cappella Underground e proiettato nelle scorse settimane a New York, racconta di quel particolare fenomeno di emigrazione di “spose triestine” che si verificò negli anni Cinquanta e si ispira soprattutto al libro “Trieste a stelle e strisce. Vita quotidiana a Trieste con il Governo Militare alleato” scritto da Pietro Spirito. Sarà proprio il giornalista, stasera alle ore 21, a coordinare l’incontro sull’isola di Anfora, al largo della laguna di Grado, al quale parteciperanno i due registi Chiara Barbo e Andrea Magnani, assieme a Giorgio Berni, esperto di musica jazz e autore di varie pubblicazioni fra cui “Cinquant’anni di jazz a Trieste”, un volume dedicato alle atmosfere musicali della Trieste anni Cinquanta.
“Dopo tanti anni trascorsi a Roma ad occuparmi di sceneggiature e produzioni per progetti altrui” racconta l’autrice e critica cinematografica triestina “avevo proprio voglia di dedicarmi ad un lavoro tutto mio. La scelta del soggetto è stata naturale perché sono cresciuta ascoltando tantissimi racconti su queste ragazze bellissime – le più belle si diceva - che sono scappate al braccio di ufficiali e soldati americani, anche per inseguire il sogno di una vita migliore. Mi sono chiesta spesso chi erano queste ragazze, cosa sapevano dell’America, e di quell’uomo che avrebbero seguito dall’altra parte del mondo, cosa pensavano, cosa sognavano, e cos’hanno trovato una volta arrivate lì. Ero semplicemente curiosa, non tanto di conoscere la storia ufficiale - già scritta e ben raccontata in numerosi studi, saggi e libri - ma piuttosto le vicende personali. Volevo raccontare le loro storie, o meglio,farle raccontare a loro personalmente, usando una telecamera e qualche immagine trovata negli archivi. Così ho cominciato a cercare...”
Come ha fatto a rintracciarle?
Ho iniziato a documentarmi sul periodo leggendo molto e facendo ricerche attraverso internet. Negli articoli o interviste spesso venivano citati alcuni nomi che ho provato a rintracciare. Ma soprattutto ho sparso la voce chiedendo ad amici e conoscenti. Sapevo che erano emigrate circa 1300 ragazze e, statisticamente parlando, doveva pur esserci qualcuno a Trieste che aveva ancora dei contatti con alcune di loro. Infatti così è stato e, una volta rintracciate le prime triestinian girl, poi sono state loro stesse a darmi altri nomi.
Come sono stati gli incontri dal vivo?
Molto emozionanti. Assieme ad Andrea Magnani abbiamo viaggiato dalla California alla Serra Nevada per incontrare queste donne, tutte ormai oltre la settantina ma estremamente dinamiche e volitive, con alle spalle una vita intensa, che ancora parlano tutte il triestino e addirittura lo impongono ai propri mariti!
E che cosa avete scoperto?
Contrariamente a quanto s’immagina, la maggior parte delle triestine arrivate negli USA non ha trovato situazioni di agio e ricchezza. Sono finite invece in piccoli paesini sperduti, conservando una fortissima nostalgia per Trieste, il luogo della loro infanzia e giovinezza.
Come ha risposto il pubblico di New York alla proiezione del documentario?
Siamo rimasti sorpresi per la grande partecipazione di pubblico e i numerosi riscontri da parte della stampa locale. Forse perché si tratta pur sempre di racconti al femminile, legati al tema dell’immigrazione, che hanno un che di universale, e, allo stesso tempo, incuriosisce la particolarissima situazione che si era creata all’epoca a Trieste.
Di che cosa vi state occupando ora?
Attendiamo l’ok dal Ministero per la produzione del lungometraggio “La lunga corsa” e stiamo ultimando “Caffè Trieste”, prodotto assieme alla Cappella Underground, un altro documentario girato a San Francisco in un famosissimo locale che ha aperto nel ’56 e che fu luogo di ritrovo per gli esponenti della Beat Generation prima, e di pittori, poeti e intellettuali poi. Coppola, tanto per dirne uno, ha scritto lì il padrino. Il proprietario, Gianni Giotta, è un novantenne originario di Rovigno che una volta immigrato negli Usa iniziò facendo il lavavetri arrampicandosi sui grattacieli. Abbiamo voluto raccontare alcune delle storie che girano attorno a questo luogo storico.
di Cristina Favento, pubblicato su "Il Piccolo" di domenica 10 agosto 2008
"L'ultima pedalata di Bottecchia", intervista alla regista Gloria De Antoni
A due giorni dall’inizio ufficiale dei Giochi Olimpici di Pechino, Grado festeggia a suo modo lo sport in versione cinematografica e non. Dopo la diretta satellitare di lunedì scorso con Alex Bellini, intento ad attraversare l’oceano Pacifico a remi in solitaria, Lagunamovies prosegue stasera, alle 21 alla Diga, con una rarissima versione originale dell’”Olympia” di Leni Riefenstahl, conservata da oltre quarant’anni dal comune gradese. La proiezione della monumentale e controversa pellicola del 1936, dedicata alle Olimpiadi di Berlino, sarà introdotta dai giornalista Gianpaolo Carbonetto. Venerdì, invece, alla presenza di Francesco Moser e di Umberto Sarcinelli, i riflettori saranno puntati sull’”ultima pedalata” di Ottavio Bottecchia, documentario prodotto nel 2007 dalla Cineteca del Friuli e realizzato da Gloria De Antoni.
“Il progetto non nasce da una mia idea” racconta l’autrice “ma dalla volontà di commemorare gli ottant’anni dalla morte di questo eroe dello sport. Confesso di non essere una sportiva neanche per tifo e, prima di questo lavoro, per me Bottecchia erano soltanto le biciclette un po’ più serie che avevamo da bambini!”.
Come si è appassionata al personaggio?
Mi affascinava il fatto che fosse morto in circostanze misteriose, prima ancora di scoprire lo sportivo e l’uomo, il lato profondamente disperato del ciclista, cresciuto in una famiglia di emigranti, che vinse due volte il Tour de France: è una storia di povertà, di uno che non era nessuno e che aveva solo le sue gambe, con una forza pazzesca, anche di volontà. È un vero peccato non aver mai conosciuto Bottecchia, né qualcuno che lo avesse conosciuto da vicino. Se non a risolvere, volevo almeno provare a formulare una reale ipotesi di verità sulla sua morte, ascoltando, indagando, riflettendo, e leggendo i moltissimi libri che su di lui sono stati scritti. Anche se non svelo un colpevole, nel documentario traspare la mia idea.
È vero che sta lavorando ad un nuovo documentario “storico” sulle spiagge di Grado?
Non è ancora un lavoro compiuto quanto piuttosto un progetto, nato da un’idea di Daniela Volpe, per un collage documento basato su comuni filmini d’epoca girati in super8 a partire dagli anni ‘50 e ’60; un intreccio di storie per raccontare almeno una quarantina d’anni. E poi c’è in programma anche il mio quinto documentario: su “Senilità” di Svevo, e su Trieste.
Di che cosa si tratta esattamente?
Anche questo è un lavoro ancora da definire, ma già iniziato nel corso del Trieste Film Festival con una gentilissima collaborazione di Claudia Cardinale. L’attrice si è prestata a recitare se stessa mentre attraversa Piazza Unità, arrivando sino al Molo Audace: una sorta di particolare remake della prima scena di “Senilità”. Mi divertirebbe usare il più importante film girato a Trieste come una traccia, un tema conduttore da integrare, però, ad altri racconti e ad altri film fatti in città. Vorrei chiamare a testimoni non solo registi e attori ma anche persone comuni, per raccontare soprattutto i luoghi e gli anni del dopoguerra.
“Il progetto non nasce da una mia idea” racconta l’autrice “ma dalla volontà di commemorare gli ottant’anni dalla morte di questo eroe dello sport. Confesso di non essere una sportiva neanche per tifo e, prima di questo lavoro, per me Bottecchia erano soltanto le biciclette un po’ più serie che avevamo da bambini!”.
Come si è appassionata al personaggio?
Mi affascinava il fatto che fosse morto in circostanze misteriose, prima ancora di scoprire lo sportivo e l’uomo, il lato profondamente disperato del ciclista, cresciuto in una famiglia di emigranti, che vinse due volte il Tour de France: è una storia di povertà, di uno che non era nessuno e che aveva solo le sue gambe, con una forza pazzesca, anche di volontà. È un vero peccato non aver mai conosciuto Bottecchia, né qualcuno che lo avesse conosciuto da vicino. Se non a risolvere, volevo almeno provare a formulare una reale ipotesi di verità sulla sua morte, ascoltando, indagando, riflettendo, e leggendo i moltissimi libri che su di lui sono stati scritti. Anche se non svelo un colpevole, nel documentario traspare la mia idea.
È vero che sta lavorando ad un nuovo documentario “storico” sulle spiagge di Grado?
Non è ancora un lavoro compiuto quanto piuttosto un progetto, nato da un’idea di Daniela Volpe, per un collage documento basato su comuni filmini d’epoca girati in super8 a partire dagli anni ‘50 e ’60; un intreccio di storie per raccontare almeno una quarantina d’anni. E poi c’è in programma anche il mio quinto documentario: su “Senilità” di Svevo, e su Trieste.
Di che cosa si tratta esattamente?
Anche questo è un lavoro ancora da definire, ma già iniziato nel corso del Trieste Film Festival con una gentilissima collaborazione di Claudia Cardinale. L’attrice si è prestata a recitare se stessa mentre attraversa Piazza Unità, arrivando sino al Molo Audace: una sorta di particolare remake della prima scena di “Senilità”. Mi divertirebbe usare il più importante film girato a Trieste come una traccia, un tema conduttore da integrare, però, ad altri racconti e ad altri film fatti in città. Vorrei chiamare a testimoni non solo registi e attori ma anche persone comuni, per raccontare soprattutto i luoghi e gli anni del dopoguerra.
di Cristina Favento, articolo publicato su "Il Piccolo" di mercoledì 6 agosto 2008
INTERVISTA A FRANCESCO MOSER - GIOCHI OLIMPICI 2008 DI PECHINO, DOPING E ALTRE STORIE
Correva l’anno 1972 e non tutti ricorderanno che alla XX edizione dei Giochi Olimpici di Monaco – funestati dal tragico sequestro degli atleti israeliani che terminò in un massacro e passati alla storia per le incredibili prestazioni di Mark Spitz e la rocambolesca finale di basket tra Stati Uniti e Russia - partecipò anche un giovane talento emergente del ciclismo italiano di nome Francesco Moser. L’ex corridore ricorda ancora con rimpianto quell’unica sfortunata Olimpiade: “Sono arrivato al traguardo con una gomma bucata! Quando ho forato era troppo tardi per poterla cambiare e ho dovuto concludere la gara così, arrivando settimo anche se all’epoca ero il favorito”. Moser, ospite stasera di Lagunamovies assieme a Gloria De Antoni per parlare di Olimpiadi e del’”ultima pedalata” di Bottecchia (ore 21 alla Diga di Grado), è a tutt’oggi il corridore più vittorioso nella storia del ciclismo italiano. “Nel ‘72 le Olimpiadi erano ancora riservate ai dilettanti: si partecipava una sola volta e poi si diventava professionisti”, racconta, “e personalmente le preferivo così. Oggi, invece, un ciclista professionista può parteciparvi nel corso della sua carriera anche due o tre volte, mentre le società dilettantistiche non hanno più un vero obiettivo prestigioso da raggiungere”.
Qual è il suo pronostico per Pechino? Concorda con chi punta su Paolo Bettini?
Direi di si. Possono far bene anche Rebellin e Nibali, ma Bellini resta l’uomo di punta. È tagliato per quel tipo di circuito e ha buone possibilità.
Che cosa ne pensa delle giovani generazioni di ciclisti?
Ciclisti affermati come Cunego, Di Luca o Simoni si possono già considerare la vecchia guardia. Di veri campioni giovani, e per giovani intendo poco più che ventenni, ancora non ne abbiamo. Nibali è andato bene al Tour e Napolitano va bene in volata, ma bisogna ancora vedere veramente come vanno. Al momento i tempi non sono ancora maturi.
Stasera si parlerà, invece, di un grande sportivo degli anni Venti, che cosa pensa di Bottecchia?
È stato uno che segnato la storia, un corridore che vinceva qualsiasi competizione ed è scomparso in condizioni poco chiare. Se avesse continuato, probabilmente avrebbe potuto fare di più. Sono figure che restano e nell’ambiente si nominano ancora. La gioventù magari ne sa poco, sono passate tre generazioni e non si riesce mai a tramandare tutto, restano le cose più importanti ma un po’ si dimentica.
Che è successo in queste tre generazioni?
Fino a prima della guerra c’era un ciclismo che potremmo definire “eroico”, poi, dopo la seconda guerra mondiale, inizia il cosiddetto ciclismo moderno, anche se in quegli anni la tecnologia era ancora in evoluzione. La vera era moderna inizia dal ’65 in poi, dopo la morte di Coppi.
Com’è cambiato il ciclismo?
È cambiato molto. Costa comunque fatica, ma sono cambiate soprattutto le condizioni di vita della gente. Allora correvano per mangiare, oggi corrono per dimagrire! È una differenza epocale: il 90 % dei ciclisti oggi corre per restare in forma. Una volta non serviva perché si andava a piedi, si facevano lavori manuali.
Lo sport agonistico, inoltre, è diventato molto tecnico e tecnologico, molto mentale anche. Uno forte una volta poteva sbagliare e vinceva lo stesso, oggi non si può sbagliare niente, tutto si decide nel finale, è tutto molto calcolato, non ci sono più le grandi fughe alle quali si assisteva prima.
Lei come ha vissuto questi cambiamenti?
Ho vissuto proprio il ciclismo a cavallo tra quello di oggi e quello di Coppi e Baldini; iniziava a farsi sentire l’influenza della modernità: molta tecnologia, cardiofrequenzimetro, modi molto controllati, ricerche sulla muscolatura, ricerche psicologiche, con innumerevoli applicazioni. Adesso, dopo vent’anni che ho smesso, è ancor peggio.
Chi ha conosciuto Moser dei grandi del passato?
Coppi no, è morto quando avevo nove anni. Ho conosciuto bene il fratello Aldo, ci ho corso anche contro. Adorni e Baldini li ho visti correre mentre ho conosciuto bene Bartali ma non l’ho mai visto gareggiare. Quando ha smesso avevo due anni, ma ricordo che anche dopo tutti lo volevano, tutti lo salutavano e lo trattavano con grande rispetto. Succede finché hai delle persone che ti hanno visto correre.
All’epoca la strenua competizione tra lei e Saronni appassionò e divise in due l’Italia, come la visse?
Era un bello scontro. C’erano sempre due gare: la corsa tra me e lui e la corsa di tutti gli altri.
Rispetto agli anni Ottanta, il rapporto tra medicina e sport è completamente cambiato, che cosa ne pensa dei recenti casi di doping?
Purtroppo sono comparse moltissime medicine che alterano il rendimento degli atleti, soprattutto negli sport di durata. Sul lungo percorso la differenza tra chi ne fa uso o meno si nota in maniera sensibile. Il problema è riuscire a mettere tutti nelle stesse condizioni, se si fa un controllo, tutti dovrebbero rispettare le stesse regole.
Di che tipo di intervento c’è bisogno?
Le punizioni severe già ci sono: due anni senza correre sono davvero tanti, per non parlare del danno all’immagine. Se un atleta commette questo tipo di errore non si torna indietro, lo sanno subito tutti, ed è un marchio indelebile che si porta dietro a vita. Il problema, però, è molto complesso. Ci sono anche medici che lavorano assieme ai corridori e che li consigliano, magari male, ma è sempre l’atleta che deve rispondere in prima persona.
Certo è difficile, ad esempio, pensare che una campionessa mondiale possa aver assunto delle sostanze illegali senza esserne consapevole. Chi raggiunge certi livelli dovrebbe sapere esattamente cosa sta facendo. In questo momento c’è una comprensibile delusione nel mondo sportivo e non solo, è un momento difficile anche a livello di sponsor. Questa crisi dovrebbe far pensare e responsabilizzare. Se ci sono delle regole, bisogna rispettarle, tanto più in un momento delicato come questo.
Un consiglio a chi intraprende oggi la sua professione?
Il ciclismo, e lo sport in generale, è una scelta di vita difficile, per farlo bisogna servirlo al cento per cento, dedicarsi totalmente e non pensare di poter fare le cose solo a metà.
Qual è il suo pronostico per Pechino? Concorda con chi punta su Paolo Bettini?
Direi di si. Possono far bene anche Rebellin e Nibali, ma Bellini resta l’uomo di punta. È tagliato per quel tipo di circuito e ha buone possibilità.
Che cosa ne pensa delle giovani generazioni di ciclisti?
Ciclisti affermati come Cunego, Di Luca o Simoni si possono già considerare la vecchia guardia. Di veri campioni giovani, e per giovani intendo poco più che ventenni, ancora non ne abbiamo. Nibali è andato bene al Tour e Napolitano va bene in volata, ma bisogna ancora vedere veramente come vanno. Al momento i tempi non sono ancora maturi.
Stasera si parlerà, invece, di un grande sportivo degli anni Venti, che cosa pensa di Bottecchia?
È stato uno che segnato la storia, un corridore che vinceva qualsiasi competizione ed è scomparso in condizioni poco chiare. Se avesse continuato, probabilmente avrebbe potuto fare di più. Sono figure che restano e nell’ambiente si nominano ancora. La gioventù magari ne sa poco, sono passate tre generazioni e non si riesce mai a tramandare tutto, restano le cose più importanti ma un po’ si dimentica.
Che è successo in queste tre generazioni?
Fino a prima della guerra c’era un ciclismo che potremmo definire “eroico”, poi, dopo la seconda guerra mondiale, inizia il cosiddetto ciclismo moderno, anche se in quegli anni la tecnologia era ancora in evoluzione. La vera era moderna inizia dal ’65 in poi, dopo la morte di Coppi.
Com’è cambiato il ciclismo?
È cambiato molto. Costa comunque fatica, ma sono cambiate soprattutto le condizioni di vita della gente. Allora correvano per mangiare, oggi corrono per dimagrire! È una differenza epocale: il 90 % dei ciclisti oggi corre per restare in forma. Una volta non serviva perché si andava a piedi, si facevano lavori manuali.
Lo sport agonistico, inoltre, è diventato molto tecnico e tecnologico, molto mentale anche. Uno forte una volta poteva sbagliare e vinceva lo stesso, oggi non si può sbagliare niente, tutto si decide nel finale, è tutto molto calcolato, non ci sono più le grandi fughe alle quali si assisteva prima.
Lei come ha vissuto questi cambiamenti?
Ho vissuto proprio il ciclismo a cavallo tra quello di oggi e quello di Coppi e Baldini; iniziava a farsi sentire l’influenza della modernità: molta tecnologia, cardiofrequenzimetro, modi molto controllati, ricerche sulla muscolatura, ricerche psicologiche, con innumerevoli applicazioni. Adesso, dopo vent’anni che ho smesso, è ancor peggio.
Chi ha conosciuto Moser dei grandi del passato?
Coppi no, è morto quando avevo nove anni. Ho conosciuto bene il fratello Aldo, ci ho corso anche contro. Adorni e Baldini li ho visti correre mentre ho conosciuto bene Bartali ma non l’ho mai visto gareggiare. Quando ha smesso avevo due anni, ma ricordo che anche dopo tutti lo volevano, tutti lo salutavano e lo trattavano con grande rispetto. Succede finché hai delle persone che ti hanno visto correre.
All’epoca la strenua competizione tra lei e Saronni appassionò e divise in due l’Italia, come la visse?
Era un bello scontro. C’erano sempre due gare: la corsa tra me e lui e la corsa di tutti gli altri.
Rispetto agli anni Ottanta, il rapporto tra medicina e sport è completamente cambiato, che cosa ne pensa dei recenti casi di doping?
Purtroppo sono comparse moltissime medicine che alterano il rendimento degli atleti, soprattutto negli sport di durata. Sul lungo percorso la differenza tra chi ne fa uso o meno si nota in maniera sensibile. Il problema è riuscire a mettere tutti nelle stesse condizioni, se si fa un controllo, tutti dovrebbero rispettare le stesse regole.
Di che tipo di intervento c’è bisogno?
Le punizioni severe già ci sono: due anni senza correre sono davvero tanti, per non parlare del danno all’immagine. Se un atleta commette questo tipo di errore non si torna indietro, lo sanno subito tutti, ed è un marchio indelebile che si porta dietro a vita. Il problema, però, è molto complesso. Ci sono anche medici che lavorano assieme ai corridori e che li consigliano, magari male, ma è sempre l’atleta che deve rispondere in prima persona.
Certo è difficile, ad esempio, pensare che una campionessa mondiale possa aver assunto delle sostanze illegali senza esserne consapevole. Chi raggiunge certi livelli dovrebbe sapere esattamente cosa sta facendo. In questo momento c’è una comprensibile delusione nel mondo sportivo e non solo, è un momento difficile anche a livello di sponsor. Questa crisi dovrebbe far pensare e responsabilizzare. Se ci sono delle regole, bisogna rispettarle, tanto più in un momento delicato come questo.
Un consiglio a chi intraprende oggi la sua professione?
Il ciclismo, e lo sport in generale, è una scelta di vita difficile, per farlo bisogna servirlo al cento per cento, dedicarsi totalmente e non pensare di poter fare le cose solo a metà.
Il suo ricordo ciclistico più caro?
Ci sarebbero troppe cose da ricordare che hanno lasciato il segno, però, quella che forse resta di più è il Giro d'Italia.
E la dinastia dei Moser? Ci riserverà qualche nuova sorpresa?
C’è mio nipote che alle gare arriva ma per il momento non vince mai. Corrono in due, a dire il vero, dei figli di Diego: Moreno e Leonardo. E poi c’è anche mio figlio Ignazio, ma sono ancora tutti molto giovani.
Ci sarebbero troppe cose da ricordare che hanno lasciato il segno, però, quella che forse resta di più è il Giro d'Italia.
E la dinastia dei Moser? Ci riserverà qualche nuova sorpresa?
C’è mio nipote che alle gare arriva ma per il momento non vince mai. Corrono in due, a dire il vero, dei figli di Diego: Moreno e Leonardo. E poi c’è anche mio figlio Ignazio, ma sono ancora tutti molto giovani.
di Cristina Favento, pubblicata sul quotidiano "Il Piccolo" di venerdì 8 agosto 2008
06 agosto 2008
INTERVISTA AD ALEX BELLINI, INTENTO A REMARE IN SOLITARIA NEL MEZZO DEL PACIFICO DA 163 GIORNI
Un pubblico numeroso e divertito ha partecipato sabato sera all’apertura di Lagunamovies 2008, “Sulla rotta di Olympia”, in una Grado affollatissima dal consueto popolo di vacanzieri. Nello scenario suggestivo della Diga Nazario Sauro, dietro al comune, è stato allestito un cinema all’aperto che ha raccolto appassionati e occasionali passanti, attirati dalle peripezie di Ernest, “Il Mangiachilometri” immortalato nel 1925 da Karl Imerlsky. Accompagnata con verve dai musicisti dell’Orchestra Filmharmonie di Klagenfurt diretti da Erich Pichorner, che hanno eseguito una colonna sonora originale scritta apposta per l’occasione da Florian Reithner, la pellicola ha offerto agli spettatori un interessante ritratto dell’Europa dell’epoca, snodandosi da Firenze a Belgrado, da Trieste sino a Praga, dalle alture del Grossvenediger fino alle rive danubiane. Ieri sera, invece, il festival si è spostato all’isola di Anfora, per seguire l’incontro e le proiezioni dedicate alla celebrazione dei trent’anni di riforma Basaglia. La prossima occasione per provare la piacevole esperienza di navigazione in laguna sarà domenica 10 agosto in occasione dell’anteprima nazionale del film documentario di Chiara Barbo “Le ragazze di Trieste”. Oltre agli appuntamenti di mercoledì 6 agosto con l’“Olympia” di Leni Riefenstahl e di venerdì con Gloria De Antoni e Francesco Moser, sempre alle ore 21 alla Diga, molto attesa è la diretta di stasera con Alex Bellini, che da 163 giorni sta remando in solitaria per attraversare il Pacifico.

Come sta andando l’impresa?
Abbastanza bene, a parte nell’ultima settimana: ho trovato brutto tempo, pioggia e mare molto mosso. D’altra parte qui siamo nella stagione invernale.
Difficoltà?
Oltre agli ultimi problemi pratici col dissalatore e con l’energia elettrica, la difficoltà più grande è la consapevolezza di essere sempre in pericolo, in balia degli elementi. In questo stesso istante potrei affondare se arrivasse un’onda.
Abbastanza bene, a parte nell’ultima settimana: ho trovato brutto tempo, pioggia e mare molto mosso. D’altra parte qui siamo nella stagione invernale.
Difficoltà?
Oltre agli ultimi problemi pratici col dissalatore e con l’energia elettrica, la difficoltà più grande è la consapevolezza di essere sempre in pericolo, in balia degli elementi. In questo stesso istante potrei affondare se arrivasse un’onda.
Come passa la sua giornata tipo?
Mi alzo alle 5 e mezza e, dopo una colazione molto rapida e abbondante, inizio a remare, remare e remare. Tra le 13 e le 14 mi preparo il pranzo e poi continuo finché c’è luce o finché il mare me lo permette, a volte fin quasi ad addormentarmi coi remi in mano. E poi mi ritiro in questo sgabuzzino delle scope dove dormo! È una quotidianità molto monotona. Ciò nonostante la vita a bordo riserva sempre situazioni nuove, che danno pepe alle giornate.
Che cosa le manca di più della sua vita quotidiana?
Le piccole comodità alle quali di solito nemmeno si fa tanto caso: un bagno ogni tanto, lavarsi i capelli con lo shampoo, una doccia, un letto con lenzuola che sanno di bucato, una dieta più varia, perché i liofilizzati mi escono dalle orecchie!
Che effetto le fa pensare al collegamento in diretta di questa sera con Lagunamovies?
Mi fa molto piacere, queste rare occasioni sono l’unico modo che ho per condividere la mia avventura. Mi trovo in una situazione di completo isolamento e risulta penalizzante tenersi tutto per sé senza neppure un compagno col quale condividere tutto ciò che vivo e vedo. La possibilità di arrivare alle orecchie delle persone, di stimolare la loro fantasia, mi dà molta forza e la possibilità di un confronto. Non conosco il 90% dei miei cosiddetti fan, però con loro sto condividendo un periodo della mia vita che non dimenticherò mai, sento attorno la loro voglia di ascoltare le emozioni che racconto. Così diventa un’avventura che non è più soltanto la mia.
Perché la decisione di imbarcarsi di nuovo?
Ci sono migliaia di perché. Ogni giorno c’è una ragione nuova per aver deciso di attraversare questo cielo. Sentivo per il mare un grandissimo trasporto, nonostante sia nato in Valtellina e non lo conoscessi: quando sono partito per l’Atlantico non avevo mai fatto neppure una crociera in barca a vela!
È stato come un salto nel buio, ma il viaggio si giustifica da sé, non ci sono per forza delle ragioni. Per me il viaggiare non è verso una meta ma introspettivo, verso se stessi. C’è chi lo fa dallo psicanalista e chi lo fa spostandosi.
Mi alzo alle 5 e mezza e, dopo una colazione molto rapida e abbondante, inizio a remare, remare e remare. Tra le 13 e le 14 mi preparo il pranzo e poi continuo finché c’è luce o finché il mare me lo permette, a volte fin quasi ad addormentarmi coi remi in mano. E poi mi ritiro in questo sgabuzzino delle scope dove dormo! È una quotidianità molto monotona. Ciò nonostante la vita a bordo riserva sempre situazioni nuove, che danno pepe alle giornate.
Che cosa le manca di più della sua vita quotidiana?
Le piccole comodità alle quali di solito nemmeno si fa tanto caso: un bagno ogni tanto, lavarsi i capelli con lo shampoo, una doccia, un letto con lenzuola che sanno di bucato, una dieta più varia, perché i liofilizzati mi escono dalle orecchie!
Che effetto le fa pensare al collegamento in diretta di questa sera con Lagunamovies?
Mi fa molto piacere, queste rare occasioni sono l’unico modo che ho per condividere la mia avventura. Mi trovo in una situazione di completo isolamento e risulta penalizzante tenersi tutto per sé senza neppure un compagno col quale condividere tutto ciò che vivo e vedo. La possibilità di arrivare alle orecchie delle persone, di stimolare la loro fantasia, mi dà molta forza e la possibilità di un confronto. Non conosco il 90% dei miei cosiddetti fan, però con loro sto condividendo un periodo della mia vita che non dimenticherò mai, sento attorno la loro voglia di ascoltare le emozioni che racconto. Così diventa un’avventura che non è più soltanto la mia.
Perché la decisione di imbarcarsi di nuovo?
Ci sono migliaia di perché. Ogni giorno c’è una ragione nuova per aver deciso di attraversare questo cielo. Sentivo per il mare un grandissimo trasporto, nonostante sia nato in Valtellina e non lo conoscessi: quando sono partito per l’Atlantico non avevo mai fatto neppure una crociera in barca a vela!
È stato come un salto nel buio, ma il viaggio si giustifica da sé, non ci sono per forza delle ragioni. Per me il viaggiare non è verso una meta ma introspettivo, verso se stessi. C’è chi lo fa dallo psicanalista e chi lo fa spostandosi.

di Cristina Favento, intervista pubblicata su "Il Piccolo" di lunedì 4 agosto 2008
Trovate dei video dell'aventura di Bellini su http://video.corriere.it/ e delle foto sul suo sito e sul sito del Corriere
04 agosto 2008
LAGUNAMOVIES CELEBRA A GRADO I TRENT'ANNI DELLA RIFORMA BASAGLIA - INTERVISTA A MASSIMO CIRRI
Originali percorsi alla scoperta del rapporto tra cinema e sport, ma non solo. “Sulle vie di Olympia”, la quinta edizione di Lagunamovies, dedicherà la serata di domenica 3 agosto a ripercorrere l’avventura di Franco Basaglia per festeggiare i trent’anni trascorsi dalla riforma. Concessi per l’occasione dalla cineteca del dipartimento di salute mentale di Trieste, saranno proiettati “X Day i grandi della scienza del Novecento: Franco Basaglia”, prodotto dalla Rai, “La contestazione musicale” ed il catartico video “Marco Cavallo” di Gerry Pozzar, presente all’incontro assieme a Beppe Dell’Acqua, direttore del dipartimento, al giornalista Toni Jop e a Massimo Cirri, conduttore radiofonico (Caterpillar, Radio2), psicologo e autore teatrale."Aspettatevi di rivivere alcuni frammenti di quel grande cambiamento culturale, umano e scientifico che c’è stato a Trieste a partire dagli anni ‘70, e che ha poi investito il mondo intero" ha annunciato Cirri "Cercheremo di rievocare, evitando le facili beatificazioni, con il nostro consueto approccio informale. Faremo parlare soprattutto Beppe, che questo percorso l’ha fatto ed è un grande narratore".
Che cosa significa la riforma Basaglia per chi, come lei, affronta quotidianamente il mondo del disagio mentale?
In estrema sintesi, a chi ti sta davanti è stata restituita la sua dignità di persona; oggi si parla di soggetto attivo, pur con tutto il suo diasagio. È un cambiamento irreversibile, sia per chi cura, sia per chi ne soffre. Ben diverso è prendersi cura di chi è senza diritti.
Lei è il curatore de “La Fabbrica del cambiamento”, una serie di iniziative organizzate qui a Trieste in occasione dei 30 anni della riforma Basaglia, quali sono i prossimi eventi in programma?
Stiamo lavorando assieme a Lella Costa e Paolo Fresu all’ideazione di un racconto teatrale per voce e tromba. Forse riusciremo ad inserire in cartellone una piccola anticipazione di Marco Paolini, impegnato da anni a raccogliere materiale su un progetto di sterminio nazista di persone con problemi mentali. Infine, Ascanio Celestini ripercorrerà la storia dei manicomi italiani con lo spettacolo teatrale “La pecora nera”. Per maggiori informazioni rimando al nostro sito http://www.lafabbricadelcambiamento.it/.
di Cristina Favento, pubblicato sul quotidiano "Il Piccolo" di sabato 3 agosto 2008
VOCI DALL'OCEANO PACIFICO, INTERVISTA AD ALEX BELLINI
Ieri alla dieci del mattino mi è arrivata una telefonata satellitare che da un qualche imprecisato punto del Pacifico mi portava la stanca voce di Alex Bellini, che ormai da 164 giorni su una piccola barchina sta remando in solitaria per attraversare l'oceano. È stata una telefonata umanamente intensa. Vi aggiornerò al più presto cercando di pubblicare sul blog l'intervista completa. Peccato non poter condividere anche l'emozione e la sofferenza nella voce che mi ha raccontato parte di questa epica impresa.
C.F.
01 agosto 2008
DEGLI UMILI IN COMPAGNIA, Intervista a Fabrizio Gatti a cura di Paolo Ghiotto Marin
Molto, molto bella questa approfondita intervista di Paolo Ghiotto Marin a Fabrizio Gatti che vi consiglio, nata da un'empatica chiacchierata a più puntate, ricca di contenuto e di umanità. Buona lettura
"Fabrizio Gatti, editorialista dell’Espresso che deve la sua fama di giornalista d’inchiesta alla capacità di agire direttamente sul campo, mimetizzandosi con l’ambiente e tra le stesse persone che ci vivono, ha ricevuto recentemente il Premio Terzani 2008, uno dei riconoscimenti più prestigiosi per chi fa il mestiere del reporter. Un premio che gli è stato assegnato per il libro Bilal, il mio viaggio da infiltrato nel mercato dei nuovi schiavi: l’incredibile testimonianza di un occidentale che, spacciandosi per medio orientale, ha percorso quel viaggio che è spesso normalità per gli immigrati clandestini che incrociamo con indifferenza lungo le vie delle nostre città. Dal Senegal alla Libia, passando per Mali e Niger, il deserto perde, via via, sfumature mitiche, per assorbire quelle più amare della violenza e di ingiustizie senza fine. Il centro di accoglienza di Lampedusa, i campi di pomodori nelle Puglie, il mercato della prostituzione e dei manovali assunti in nero, nel nord Italia. Il ritorno in Libia, per accompagnare gli espulsi dal nostro paese, lungo il viaggio di ritorno nel deserto. Tutto questo solo per fare del giornalismo e fornire servizio alla verità, in tutti i suoi aspetti. Una verità giornalistica ben lontana da qualsiasi luogo comune o dalla superficialità, ben patinata, dei linguaggi politici".
continua... leggi l'intervista su Fucine Mute
Iscriviti a:
Post (Atom)





