23 marzo 2011

CINEMA KOMUNISTO

Come fa un Paese a scegliere la storia di sé che vuole raccontare? Fino ad ora non si è fatto altro che distruggere il passato in nome di un nuovo inizio, distruzione e ricostruzione sono diventate un leit motiv della nostra storia, e ad ogni nuovo mattone, c’è bisogno di riscrivere il copione. Se dovessi trovare una parola per descrivere che cosa significa crescere in un paese che ha cambiato nome 4 volte negli ultimi 15 anni, sarebbe “discontinuità”.

Mila Turajlić, note di regia per Cinema Komunisto

Mila Turajlić, vincitrice nella sezione documentari del Trieste Film Festival grazie al suo delizioso Cinema Komunisto, è certamente una giovane regista da tenere d’occhio. Preparata, intelligente, spiritosa, ha colpito nel segno realizzando un film eccezionale che, con il cinema e attraverso il cinema, racconta davvero un’epoca, ovvero gli anni d’oro della cinematografia jugoslava al tempo di Tito. E lo fa intrecciando rimandi storici, sociali, creativi; alternando dimensione passata e presente; offrendo allo spettatore delle immagini di archivio straordinarie. Un lavoro costato ben quattro anni di fatica, tra ricerca dei materiali, organizzazione, riprese e realizzazione del film.

La regista ha raccontato di aver viaggiato nei paesini sperduti di mezza Serbia per recuperare dai piccoli collezionisti privati pellicole altrimenti introvabili, i cui diritti non si capiva bene a chi appartenessero. “All’inizio mi dicevano ‘non hai idea di che razza di follia sia quella in cui ti stai imbarcando!’ e in effetti avevano ragione! – dice ridendo la Turajlić – A molti collezionisti non interessava affatto il denaro e dovevo ingegnarmi a trovare film che non avevano da barattare come merce di scambio per avere quelli che mancavano a me. Anche rintracciarli non è stato facile, soprattutto all’inizio. Poi però entri in una rete e sono loro stessi a metterti in contatto con altri collezionisti, funziona per passaparola. Mi sono appassionata ed è diventata una missione, a metà tra una detective story e una caccia al tesoro, che mi ha portata addirittura in Italia, Francia, Inghilterra e Stati Uniti pur di recuperare il materiale che cercavo”.

Fulcro del documentario è l’amore di Tito per il cinema, divertente chiave che permette di raccontare l’uomo ma soprattutto la Jugoslavia di allora. Ha dell’incredibile il sistema produttivo messo in piedi dal regime comunista all’epoca. La storia del cinema jugoslavo, fino ad oggi ancora poco conosciuta, è la storia di Avala Film, la casa di produzione cinematografica voluta dal dittatore balcanico. Sede concreta del tanto desiderato impero cinematografico è la Filmski Grad, la monumentale ‘Città del cinema’ costruita a Belgrado. Tito voleva fare le cose in grande e, prima di realizzarla, aveva mandato i suoi uomini negli studi romani di Cinecittà e in quelli praghesi di Barrandov, allora tra le realtà più all’avanguardia.

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di Cristina Favento

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