27 ottobre 2006

LE TRE SEPOLTURE (The Three Burials of Melquiades Estrada)


Regia: Tommy Lee Jones
Soggetto: Tommy Lee Jones, Guillermo Arriaga
Sceneggiatura: Guillermo Arriaga
Fotografia: Chris Menges
Montaggio: Tommy Lee Jones
Scenografia: Gary Wimmer
Costumi: Kathleen Kiatta
Musiche: Marco Beltrami
Origine: Usa\Francia 2005
Produzione: Michael Fitzgerald, Tommy Lee Jones, Luc Besson, Pierre-Ange Le Pogam
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 121’

Premi:
Festival di Cannes (2005): miglior attore (Tommy Lee Jones), miglior sceneggiatura (Guillermo Arriaga)

Interpreti:
Tommy Lee Jones (Pete Perkins), Barry Pepper (Mike Norton), Julio César Cedillo (Melquiades Estrada), Dwight Yoakam (Belmont), January Jones (Lou Ann Norton), Melissa Leo (Rachel), Levon Helm (vecchio con la radio), Mel Rodriguez (capitano Gomez), Ignacio Guadalupe (Lucio), Vanessa Bauche (Mariana), Guillermo Arriaga (Juan)

Nato dalla penna di Guillermo Arriaga, geniale e noto autore di cui già molti riconoscono lo stile narrativo (Amores Perros e 21 grammi), The ThreeBurials of Melquiades Estrada è la vera sorpresa del Festival di Cannes 2005, dove ottiene due importanti riconoscimenti: al già citato sceneggiatore-romanziere messicano, e ad un Tommy Lee Jones, attore al suo esordio alla regia cinematografica (aveva diretto per la televisione The Good Old Boy, nel 1994), che si conferma interprete di grande maestria. Si tratta, forse, della sua performance d’attore più lucida e umana, sincera e profondamente coinvolta da ciò che racconta. Molte infatti, sono le scene girate nel suo ranch in Texas, in quella zona di frontiera friabile e infuocata, tra Stati Uniti e Messico, nella quale Tommy Lee (texano purosangue) e Arriaga sono diventati amici. Ed è proprio attraverso i loro rispettivi sguardi su questa terra che è nata l’idea per il film.
Per quanto lo stesso regista tenda a rifiutargli l’etichetta di “western”, affermando d’aver soltanto narrato un mondo che conosce molto bene, Le tre sepolture è da considerarsi una versione moderna e attuale del genere, che conserva inalterati alcuni connotati tipici di questo topos cinematografico statunitense: l’epopea narrativa, i primi piani, i dialoghi dei protagonisti, la musica, i cavalli. Ma anche la capacità di legare solennemente gli uomini ad un paesaggio da conquistare, un posto da raggiungere a costo della vita. Un ambiente raccontato come spazio sterminato, metafora di spaesamento, che fa ricordare quelle narrazioni ciniche, dense di cattiveria, di Sam Peckinpah. È il respiro stesso del cinema western a farci avvertire, qui, la sua presenza. Il film assume le sembianze di un road-movie a cavallo diviso in quattro parti (quella centrale si intitola “El viaje”) e comincia con il ritrovamento del cadavere, esposto al sole e già ridotto a brandelli da un coyote, di Melquiades Estrada, messicano apparso nel ranch del protagonista, Pete Perkins. È questo l’incipit, crudo e spietato, che presenta attraverso poche immagini la terra di frontiera: ogni giorno decine di persone tentano di attraversare il Rio Bravo, che divide Messico e Texas, per cercare lavoro e una vita migliore verso nord. Ma dall’altra parte, pronto ad aspettarli con il fucile puntato, c’è un mondo yankee fatto di gente vuota, annoiata, impaurita, in grado di respirare solo la spazzatura che la circonda. Come Mike Norton, guardia di confine odiosa e priva di rispetto (inevitabile detestarlo dal primo istante, Barry Pepper è straordinario), colpevole, anche se con alcune leggere attenuanti, dell’uccisione di Melquiades. A questo punto ha inizio la sofferta, crudissima odissea dei tre protagonisti (sì, uno è il cadavere, sempre più nauseante e putrefatto). Pete infatti, per tenere fede alla promessa fatta all’amico, quella di seppellirlo un giorno in Messico, vuole ottenere a suo modo giustizia. Rapisce Mike e lo costringe alla riesumazione della salma. Prende avvio il calvario del giovane yankee, obbligato ad indossare gli abiti della vittima (non gli stivali: nel deserto non si può fuggire scalzi) e a subire gli ordini del protagonista, ossessionato, in una lotta contro il tempo, nel conservare in tutti i modi il cadavere. Ammanettato, umiliato, morso da una vipera, il viaggio dell’assassino si trasforma lentamente in una massacrante presa di coscienza.
Il grande merito di Tommy Lee Jones e Guillermo Arriaga è quello di riuscire ad iniettare nello spettatore una sottile e costante tensione per tutto il film, all’interno di un tessuto narrativo legato, nel ritmo, alle dinamiche del viaggio, con le sue pause, gli imprevisti e i suoi momenti grotteschi. Ma se questo filo rimane teso dall’inizio alla fine senza mai cedere è anche grazie alle suggestioni dei tramonti, alle profondità evocative dei paesaggi, ai colori brillanti del deserto (e ai primi piani di January Jones). Immagini alle quali si alternano visioni brevi e destabilizzanti. Un turbamento, mai eccessivo, che si sopisce solo dopo quella domanda nel finale, alla quale risponde un lieve trascinarsi di zoccoli sulla sabbia.

Manuel Paolino