16 luglio 2006

IL GRANDE SILENZIO


Non è un film per tutti, anche se probabilmente farebbe bene a molti, bisogna essere preparati per andare a vederlo. Per chi ama il cinema si tratta certamente di un’occasione, come ce ne sono poche, d’incontro con un’essenzialità contestuale e formale. Per chi invece non è abituato a simili visioni, è un’opportunità per sperimentare l’inconsueto e riflettere sugli intenti. È un’esperienza più che una visione, un anfratto meditativo che Philip Gröning è riuscito a ricreare nelle sale cinematografiche. Ci hanno messo quindic’anni dalla Grande Chartreuse, l’antico monastero dell’ordine dei Certosini dove è stato realizzato il film, per accogliere la richiesta del regista, infine autorizzato ad effettuare le riprese a condizione che vivesse all’interno e secondo le regole della comunità religiosa.

Il tentativo è indubbiamente puro, Gröning distilla da un vissuto un film, mostra senza voler dimostrare. Le sue sono immagini pazienti, lentamente conquistate con l’ausilio dei pochi mezzi tecnici a disposizione (niente troupe, niente luci artificiali) in sei mesi di vita monastica, scrupolosamente incasellate in lunghi metri di pellicola. Ritrae la semplicità, la natura, l’abnegazione, lo scorrere immobile dei giorni nel susseguirsi mutevole delle stagioni, una ciclica ripetizione senza tempo.
Queste tre ore di soli rumori d’ambiente, canti religiosi e vita scandita da rintocchi di campana sono un antidoto contro la fretta, la superficialità e la superflua sovrabbondanza del nostro tempo. Omaggiano magistralmente la lentezza, la contemplazione, il senso nascosto nelle contingenze del quotidiano.
Scarno e sostanziale, Il grande silenzio di Philip Gröning è un prezioso regalo, un tesoro catturato da condividere. È un film che si deposita in qualche anfratto dell’occhio in comunicazione con la coscienza, una porta su una dimensione altra, uno spazio quasi sacrale che induce a speculazioni esistenziali. Da tempo non pensavo ad un’opera cinematografica in questi termini, forse, addirittura, da quando alle lezioni di cinema scorrevano in aula i fotogrammi di grandi maestri come Kurosawa o Bresson.