31 luglio 2006

LE TROIANE di SERENA SINIGAGLIA

Trieste, venerdì 29 luglio

Il pubblico che venerdì sera stava assistendo rapito a Le Troiane della giovane Serena Sinigaglia, interrotto a mezz’ora dal termine a causa di uno scrosciante temporale estivo, ha abbandonato a malincuore le sedute del Teatro Romano arrendendosi al maltempo. Lo spettacolo, organizzato all’aperto nell’ambito della rassegna estiva Teatro Romano Festival, grazie alla perfetta interazione di lavoro testuale, talento registico e passione recitativa, sin dal primo momento è riuscito a coinvolgere intensamente gli spettatori.

La regista si confronta consapevolmente coi dei grandi testi classici e riscopre creativamente la complementarietà di Troiane e Iliade. Il lavoro di innesto omerico sull’opera di Euripide, si presta ad un interessante esperimento di montaggio drammaturgico: ad una bianca sinfonia di dolore femminile, le troiane sconfitte e destinate all’esilio in schiavitù, si contrappongono gli aggressivi interventi maschili dei nero vestiti vincitori greci.

Lo spettacolo si sviluppa, articolato e complesso, attraverso una tensione espressiva ed un’intelligente coreografia narrativa. I dodici attori non lasciano mai la scena, storie parallele s’intrecciano incalzanti e sul palcoscenico, con veloci cambi d’abito e giochi di luce, dal collettivo emerge l’individuale, a ciascun protagonista è concesso il suo momento di gloria.

Il tragico lascia spazio a un’ironia a tratti comica; il passato interseca il presente; ai lamenti funebri si mescolano stranianti testi di Jimi Hendrix e degli U2; coralità di movimenti danzanti ritmano bruschi picchi drammatici; i fuochi e le ceneri di Troia coprono e confondono vincitori e vinti; urla in scena una fisicità carnale, sacrificale e violenta come lo sono gli atti di guerra.
È un teatro energico, diretto, che sfrutta e valorizza i propri mezzi e non risparmia niente, è un teatro che emoziona.

Dal classico emerge, infine, anche grazie ad un’attenta operazione scarnificatrice della prosa, l’attualità universale del messaggio contemporaneo. “È un coro di donne piangenti che esprime l’orrore della guerra, di ogni guerra, è il tentativo di dare voce all’indicibile: al dolore più grande, alla violenza più insensata” dichiara la regista “Questo spettacolo si aggiunge alle migliaia di voci che in questi anni hanno detto il loro no alla guerra”.
di Cristina Favento