16 luglio 2006

MOJ KRAŠ- IL MIO CARSO, di SCIPIO SLATAPER

Trieste 31/03/06 Teatro Stabile Sloveno Kulturni Dom

Il mio Carso, allestimento teatrale in lingua slovena del romanzo autobiografico di Scipio Slataper, è il percorso di un’anima che cerca di ancorarsi ad un paesaggio familiare per reinterpretare le tappe della propria breve esistenza e riscoprire la propria identità. È una ricerca personale che ha radici collettive, che nasce da uno smarrimento storico e culturale proprio di un’epoca e di un territorio di frontiera. Incerto su come vivere la sua triestinità, nella quale confluiscono nei primi anni del ‘900 tre diverse appartenenze, Slataper dichiara infine la sua italianità. La sua non è però una radicale presa di posizione quanto piuttosto un’intima confessione “Vorrei ingannarvi, ma non mi credereste”. Lo scrittore non rinnega la componente slovena dichiarata dal suo stesso cognome ma al contrario la esalta, promuove con coraggio una libera convivenza ed affronta con incredibile modernità problematiche tutt’ora attuali.

Il testo messo in scena al Kulturni dom di Trieste è frutto della collaborazione di Marko Kravas, Sergej Verc e Marko Sosic che hanno rispettivamente realizzato traduzione, adattamento teatrale e regia. La resa è intelligente e poetica, l’accurato lavoro sinergico rende giustizia a Slataper e riesce a toccare tutti i temi a lui cari senza superficialità.

Lo spettacolo evoca suggestioni che vengono dal profondo ed avvolgono lo spettatore in un’artificiale nebbia carsica, lo catturano in una dimensione onirica ed evocativa. Il linguaggio è metaforico, espressionista, costellato di frammenti lirici, contaminato dall’alternanza di registro aulico e dialetto triestino.

Il giovane Primoz Forte, unico attore in scena, dà voce ai pensieri dello scrittore triestino ed offre un corpo in continuo movimento che diventa potente strumento espressivo: ansima di paura, parla d’amore tendendosi con energia vitale, si protrae in un’interminabile tensione muscolare per poi afflosciarsi all’improvviso, cade, si rialza, ricade, ha bisogno di oscillare nell’aria con leggerezza mentre ci parla di fardelli pesanti come la colpa, la malattia, la perdita, la morte.

La scenografia è uno stilizzato paesaggio dell’anima in continua metamorfosi: genera fuoco di luce che arde dal basso ed acqua che piove dall’alto, così come piovono improvvisi nefasti tonfi sonori ed irrompe l’ululato del vento, simile ad un urlo interiore e non troppo lontano dal rombo della guerra che verrà. Poi torna lo scroscio dell’acqua, elemento ricorrente e mutevole: l’acqua marina salata in cui il protagonista si lava, l’acqua della pioggia, l’acqua dell’abisso che non deve far paura, l’acqua purificatrice e salvifica, l’acqua del porto salpata da navi che vengono da lontano e portano spezie d’Oriente. Dall’acqua riemerge quel senso di appartenenza ad una città senza razza, madre di nostalgie e “ricordi che non troveremo nostri in nessun altro posto”, che ha dato i natali a tanta irrequietudine. Slataper considera con tormento ma anche con desiderio la possibilità di “scendere a Trieste”, una discesa agli umani inferi di Cittavecchia, forse perché, come Saba, sentiva in compagnia degli umili il suo pensiero farsi più puro dove più turpe era la via.

Alla città borghese e carnale si contrappone il suo Carso, romanticamente trasfigurato, portatore di valori sani e naturali, luogo di rifugio, spazio interiore di solitudine e riflessione, coi suoi boschi popolati da voci che rassicurano e torturano, che evocano assenze e consolano. La consolazione di Slataper è la speranza stessa, è il suo desiderio di esistere, di resistere, è la sua volontà di credere nella vita. L’opera teatrale sfrutta tutti i suoi mezzi per rendere il pubblico intensamente partecipe di questo singolare percorso esistenziale intriso di forza e quando lo spettacolo finisce la suggestione resta.

di Cristina Favento