06 febbraio 2008

Disomogenee suggestioni tratte dai testi di Mauro Corona

«Se tutti facessimo un po' più di silenzio, forse qualcosa potremmo capire». Per spiegare il suo progetto, “Storie di alberi, storie di uomini”, che ha debuttato lunedì scorso e si conclude stasera al Teatro Miela alle ore 21, Riccardo Maranzana cita proprio le parole che Fellini utilizzò nella conclusione del suo film “La voce della luna”. L’attore e regista tenta di portare a teatro un silenzio tutto suo, fatto dapprima di buio e suoni e poi via, via, intessuto di musica, voci, immagini e canto. L’idea per lo spettacolo nasce da una serata sperimentale: una lettura inscenata al rifugio Premuda, in Val Rosandra, qualche mese fa. Enormi piante per cornice, tanta natura da raccontare e molti spunti di riflessione che vengono dalle montagne friulane. Le parole erano naturalmente quelle di Mauro Corona. Maranzana, ispirato dall’esperienza e dai testi, ha iniziato allora un meticoloso taglia e cuci che ha attinto a “Il volo della martora”, “Le voci del bosco” e “Storie del bosco antico”, tutti nati dalla penna dello scrittore friulano.
I testi scelti sono permeati da una serena solitudine e caratterizzati da un’asprezza a tratti dolcissima, da una rispettosa semplicità, da precisione e conoscenze che derivano dall’assidua pratica. Corona, infatti, è anche scultore ligneo e gli alberi, la materia prima, li “frequenta” da anni, li tasta quotidianamente, ci parla addirittura. L’universo raccontato dalle voci del regista e di Franco Korosec, affiancati dal canto friulano di Claudia Grimaz e da alcuni musicisti di formazione jazzistica, è un mondo nel quale s’intrecciano vita vegetale, animale, umana, ultraterrena. Gli alberi sono protagonisti ma si parla anche di fieri boscaioli, di un’infanzia montanara ad Erto, del Vajont, del venerdì santo. L’impressione, però, è che molti dei temi trattati siano stati teatralmente poco valorizzati, che perdano d’intensità in un insieme troppo disomogeneo. Anche la bellissima voce della Grimaz finisce per formare un contrasto sbilanciato rispetto all’intimità raccolta comunicata dal testo.
Gli spunti di Corona, così restituiti, non bastano a coinvolgere completamente lo spettatore nel mondo narrato e l’insolito intervento musicale, anziché arricchire la suggestione, la turba. L'accostamento, d'altronde, è un po'ardito: non è facile immaginare un boscaiolo che, nella quiete dei boschi, si dedichi al suo lavoro di precisione facendosi guidare dalle improvvisazioni del jazz.
di Cristina Favento, pubblicato su "Il Piccolo" di mercoledì 6 febbrario 2008