21 febbraio 2008

BELLA SARÀ LA MORTE DELL'EUROPA, di LUIGI NACCI

Bella, oh, bella sarà la morte dell’Europa,splendida come una regina tra gli orisi stenderà nella bara dei secoli oscuri.Perirà in silenzio. Così chiudegli occhi d’oro una vecchia regina.Tutto è estasi, estasi di morte!
Srečko Kosovel, Estasi di morte

«Il lavoro della speranza non è rinunciatario perché di per sé desidera aver successo invece che fallire. Lo sperare, superiore all’aver paura, non è né passivo come questo sentimento né, anzi meno che mai, bloccato nel nulla. L’affetto dello sperare si espande, allarga gli uomini invece che restringerli (…). La vita di tutti gli uomini è attraversata da sogni a occhi aperti, una parte dei quali è solo fuga insipida, anche snervante, anche bottino per imbroglioni; ma un’altra parte stimola, non permette che ci si accontenti del cattivo presente, appunto non permette che si faccia i rinunciatari (…). Unicamente quando una società invecchiata è in decadenza, come oggi quella occidentale, una certa intenzione parziale e transitoria va solo verso il basso. Allora in quelli che non riescono a tirarsi fuori dalla decadenza la paura si antepone alla speranza e anzi la combatte».
Così scrive Bloch nella premessa a Il principo speranza. Ed è con tale afflato che a mio parere va affrontata la questione europea (un afflato che bisognerebbe estendere a tutti i campi dell’esperienza): non guardare indietro, alle guerre che per secoli hanno attraversato le nostre terre, né agli anni forieri di trattati comuni, né alle crisi e gli stermini balcanici di fine Novecento, né all’allargamento/ingrassamento (oggi a 27 membri, domani?). Non dobbiamo, come ci dice Bloch, ripiegarci platonianamente nella contemplazione di ciò che è stato (conoscere è ricordare), né farci lusingare dal (facile) fascino maudit del Nulla, né allo stesso tempo possiamo protrarre all’infinito il nostro sognare: l’Utopia, questo nessun luogo che meriterebbe spazio/spazi nelle mappe, è lo squarcio che lacera il nostro quotidiano e ci proietta nella reale essenza (non statica, ma in continua trasformazione, proprio come ci avverte il messaggio evangelico: dobbiamo imparare non a essere, ma a diventare fanciulli) delle nostre esistenze.