12 febbraio 2008

MOSTRE DI PITTURA E FOTOGRAFIA A BOLZANO: DONNA IN ROSSO e ON VERRA BIEN

BOLZANO. Prosegue fino a fine marzo la mostra “Donna in rosso, Tullia Socin e le Biennali di Bolzano” allestita al Museo Civico. L’evento espositivo, ideato dal “Circolo Culturale La Stanza” e curato da Carl Kraus, affronta per la prima volta in maniera organica e completa lo svilupparsi dei movimenti artistici e culturali che hanno interessato soprattutto il territorio trentino-tirolese tra il 1922 e il 1942. Sono riproposte e analizzate le Biennali d'arte che vennero organizzate a Bolzano in quel periodo attraverso una lettura nuova e distaccata dell’intenso movimento, in bilico tra rinnovamento, tradizione e ideologia, che si andava in quegli anni sviluppando.

“Patrocinata dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e ad ingresso gratuito” - afferma l’organizzatore Pietro Marangoni, presidente del Circolo Culturale La Stanza - “la mostra è interessante non solo per le significative opere che presenta, ma per le finalità di rilettura artistica e culturale di una intera epoca, che ha caratterizzato e inciso profondamente la vita culturale del nostro paese e dei suoi personaggi”. Accanto a nomi oggi noti a livello internazionale quali Fortunato Depero, Luigi Bonazza, Umberto Moggioli ed Ettore Sottsass, che presentarono le loro opere alle Biennali bolzanine, ci sono gli artisti e maestri locali Albin Egger Lienz, Carl Moser, Hans Piffrader, i fratelli Stolz, solo per citarne alcuni. Protagonista delle Biennali di Bolzano fu anche Tullia Socin, della quale quest’anno ricorre il centenario della nascita. Proprio all’artista bolzanina, che culturalmente caratterizzò in maniera sintomatica quegli anni, la mostra rende omaggio facendo proprio il titolo di una significativa opera del 1935, “Donna in rosso”, conservata oggi al Museo Civico.

In questi giorni, a Bolzano, presso la galleria Foto-Forum di via Weggenstein, c’è anche “On verra bien”, la personale del fotografo svedese Christer Strömholm, scomparso nel 2002 e noto soprattutto per i suoi ritratti poco ortodossi, che celebrano come cuore della sua ispirazione una certa Parigi libertina e bohémien. La sua carriera prende forma a metà degli Anni Cinquanta quando iniziò a fotografare travestiti e transessuali nel quartiere di Pigalle, dove tornò ripetutamente per anni facendo riprese che testimoniano grande rispetto e crescente familiarità con quel mondo. Strömholm è riuscito a mantenere una sorta di anticonformismo autoriale, trasformando nel suo tema personale l’identità mutevole di chi gli stava di fronte.

Il suo non è uno sguardo da voyeur, l’artista sembra piuttosto relazionarsi con la persona posta davanti all’apparecchio fotografico, giocando con ruoli che gli servono anche per interrogare e mettere alla prova se stesso. I suoi allievi ne parlavano come di un uomo di poche parole. Pare chiedesse soltanto immagini a fuoco fino ai bordi, nonostante lui poco si curasse degli aspetti prettamente tecnici. I suoi scatti sembrano colti intuitivamente e le sue immagini, quasi sempre istantanee, risultano quasi grezze, spesso piuttosto scure. La luce disponibile doveva bastare a fissare la persona per come si svelava al momento. Per catturarla, Strömholm era disposto ad oltrepassare i confini della fotografia e del visibile.

di Cristina Favento,
articolo pubblicato su "Il Piccolo" di venerdì 8 febbraio 2008