05 agosto 2006

LA DONNA SERPENTE di CARLO GOZZI

Fiabesca ironia, grande maestria artistica ed un monito sottile caratterizzano il riadattamento di Giuseppe Emiliani de “La donna serpente”, tratta dal testo del 1762 di Carlo Gozzi e rappresentata mercoledì scorso a Trieste al Teatro Romano Festival. Lo spettacolo, nato da uno studio per il Festival Internazionale di Teatro della Biennale di Venezia, ripropone tutta la raffinata bellezza dell’originaria opera tragicomica.

La bella fata Cherestanì rinuncia all’immortalità per amore del principe Farruscad che, offuscato da ingannevoli apparenze, dubita della sua amata e maledicendola la trasforma in serpente. Si affastellano nella storia sottili intrighi, magici sortilegi, guerre sanguinose e prove iniziatiche.
Alle drammatiche vicende dei nobili protagonisti, rappresentate con varie tecniche di animazione riconducibili al più creativo teatro di figura, s’intrecciano le comparse di Pantalone, Brighella e Truffaldino, comici e venezianissimi interpreti della più classica commedia dell’arte.

Pur rispettando l’estro compositivo di Gozzi, Emiliani aggiunge alla già complessa struttura narrativa una dimensione altra. “Guai a quei tempi che hanno bisogno di fiabe per raccontare la verità” ammonisce nel prologo per bocca del capocomico che, con polvere bianca su un’area illuminata, circoscrive in scena un palcoscenico dentro al palcoscenico. Un escamotage linguistico che consente interventi metateatrali e giochi di maschere senza maschera. Agli attori, svincolati dalle regole tradizionali, è consentito dismettere e riappropriarsi a piacimento del proprio personaggio sotto gli occhi del pubblico.

“La donna serpente è tutto un trionfo di mutamenti scenici a vista, di alternanze improvvise tra luci e tenebre” dichiara il regista “per Gozzi la rappresentazione è illusione, e solo nell’illusione teatrale possono vivere, allegorizzate, le forti passioni, solo nella parvenza di un incantamento costruito artificialmente è possibile prendere le distanze da situazioni quotidiane”.

Lo spettacolo, sulle musiche originali di Uri Caine, è dunque una danza di alternanze tra maschere e figure, popolano e aristocratico, comico e drammatico, finzione e rappresentazione. È una magica sarabanda espressiva di artifici e raffinate invenzioni, come le mani che irrompono da porte per svelare i meccanismi del suono.

La metamorfosi, tema preannunciato dal titolo stesso, grazie agli esotici costumi di Carla Teti ed alle scene di Graziano Gregari, da diegetica diventa fascinosamente estetica. Come per alchemico incanto, nonché per qualità e consumata esperienza del cast, lo svelamento degli artifici scenici, anziché intaccare la poesia teatrale, la arricchisce in equilibrio ed eleganza.

Cristina Favento,
recensione pubblicata su “Il Piccolo” di venerdì 4 agosto 2006