06 maggio 2009

MO YAN, L'UOMO CHE ALLEVAVA I GATTI

Una luna enorme, grondante di rosso, si innalzava a est del villaggio nel crepuscolo della pianura immensa. Le case, tinte del rosso lugubre della luna, sparivano dietro un velo sempre più spesso di nebbia e di fumo. Il sole era appena tramontato e una lunga nuvola purpurea aleggiava ancora all’orizzonte. Piccole stelle gracili tra il sole e la luna mandavano bagliori intermittenti. Il villaggio scivolava lentamente nel mistero, non un abbaiare, non un miagolio, né grida di anatre o di oche, solo il silenzio. La luna si levava, il sole tramontava. Un bambino sgusciò fuori da una porta fatta di ramaglie e in quel momento una stella si spense nel cielo. La sagoma del bambino, come l’ombra di uno spettro, galleggiò leggera nell’aria e ondeggiò sull’argine del fiume dietro al villaggio. Sotto l’argine, l’erba secca e le foglie ingiallite dei pioppi e dei salici sembravano ansimare. […]
Mo Yan, Il fiume inaridito

“L’uomo che allevava i gatti” è un libro sublime e violento allo stesso tempo. I racconti di Mo Yan, una volta scoperchiati e digeriti, si fanno leggere e rileggere ammalianti. Certi paragrafi assomigliano alle strofe di un lacerante canto popolare, a una di quelle nenie affascinanti e dolorose che risuonano nel profondo come echi di un sentire collettivo antico. Dal punto di vista stilistico, la sua prosa rasenta a tratti la perfezione di un felice verso poetico - grande merito va certamente riconosciuto alle splendide traduzioni di Daniele Turc Crisà, che ha scelto e lavorato a Il fiume inaridito, Il cane e l’altalena, Il tornado, La colpa, Musica popolare e al racconto che dà titolo al libro. L’eleganza della forma, però, quasi sempre cozza con la brutalità dei contenuti, tanto da lasciare il lettore in uno strano stato sospeso, attonito.
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di Cristina Favento