11 agosto 2006

ANTONIO DAS MORTES (O Dragao da Maldade Contra o Santo Guerriero)

Regia: Glauber Rocha
Soggetto: Glauber Rocha
Sceneggiatura: Glauber Rocha
Fotografia: Ricardo Stein
Montaggio: Glauber Rocha
Scenografia: Glauber Rocha
Costumi: Glauber Rocha, Paulo Lima, Paulo Gil Soares
Musiche: Marlos Nobre, Walter Queiros
Origine: Brasile 1969
Produzione: Mapa Filmes
Distribuzione: Mapa Filmes
Durata: 95’

Premi:
Festival di Cannes (1969): miglior regia (Glauber Rocha)

Interpreti:
Mauricio do Valle (Antonio das Mortes), Odete Lara (Laura), Othon Bastos (l’insegnante), Hugo Carvana (il capo della polizia), Jofre Soares (il colonnello), Lorival Pariz (Coirana), Rosa Maria Penna (Santa Barbara), e la gente di Milagres (Bahia - Brazil)

La fame dell’ispanoamericano non è solo un sintomo allarmante di povertà sociale, ma l’essenza stessa della società. Così, la nostra cultura la possiamo definire come una cultura della fame. In questo consiste l’originalità del cinema novo in relazione al cinema mondiale. La nostra originalità è la nostra miseria, sentita ma non condivisa. Ciò nonostante, noi la comprendiamo: sappiamo che la sua eliminazione non dipende da programmi tecnicamente elaborati, ma dalla forza stessa della fame che, minando le strutture, le superi qualitativamente. La più autentica manifestazione della fame è la violenza”.

Così scrisse Glauber Rocha (1939-1981) su quelle pagine che costituiscono il manifesto del cinema novo brasiliano, L’estetica della violenza (Eztétyca da fome, 1965).

Emerso nel clima riformista della presidenza di Joao Goulart (1961-1964), questo movimento cinematografico fu l’espressione di un intreccio di fermenti culturali: il processo venne acceso da una generazione di cineasti provenienti, come Rocha (la personalità di punta), dal giornalismo e da varie esperienze di critica cinematografica. L’intenzione era quella di opporsi in maniera decisa al modello sociale ma anche culturale americano (a quella dittatura dell’immaginario, lussuosa e piacente, d’importazione hollywoodiana), e di sondare gli aspetti della sofferenza di una nazione che guardava esclusivamente alla realtà della metropoli (in particolare Rio de Janeiro), vivendo come diffuso un benessere invece elitario. Violenza non fine a sé stessa quindi, ma intesa come più alta manifestazione culturale della fame, come puro momento di affermazione della propria esistenza. Cinema politico, di vocazione sovversiva, capace di assimilare i discorsi estetici del neorealismo italiano e della Nouvelle Vague, il suo motto era “un’idea in testa e una cinepresa in mano”.

Tuttavia il movimento non riuscì nel suo intento principale: mentre un immagine inedita e sconcertante del Brasile si diffondeva nel mondo, infatti, nel paese d’origine nessun nuovo pubblico si formò e fu in grado di sostituire quegli spettatori irrimediabilmente assuefatti al cinema made in USA.
Il cinema novo restò confinato all’interno di una ristretta categoria intellettuale. La sua rapida parabola storica fu troncata dal colpo di stato militare del 1964. In breve tempo Rocha si ritrovò a girare all’estero i suoi film, mentre in patria prese vita un nuovo cinema di opposizione, il Cinema Marginal. Tutto questo non prima che il regista realizzasse il suo quarto lungometraggio (il primo a colori): Antonio das Mortes, premiato a Cannes nel 1969.

In un villaggio del sertao, la zona desertica povera ed esplosiva del nord-est brasiliano, una banda di contadini affamati si ribella al padrone. Questi chiama un killer di professione per soffocare la rivolta, Antonio das Mortes (già protagonista in Il dio nero e il diavolo biondo, 1964), ma l’uomo, dopo aver ferito in un duello il capo dei rivoltosi, prende coscienza della realtà e si schiera dalla parte dei contadini. È il primo atto di una vicenda che racconterà la strage dei ricchi e dei loro servi e in cui avranno un ruolo importante anche le figure simboliche di un uomo di colore, un maestro e una “santa”. Con l’estro di un cantastorie, Rocha firma una rappresentazione densa di contenuti, suggestioni, allegorie: certamente cinema politico e sociale, ma anche cinema capace di riassumere in sé un’infinità di componenti spettacolari. Il folclore, la musica, i colori, la tradizione del western e quella del teatro si mescolano alla religione e alla mitologia. E all’anima di un paese.

Il 12 febbraio del 1970 sul Corriere della Sera Giovanni Grazzini scriveva: “il film di Rocha lascia un segno profondo negli spettatori sensibili ai toni violenti e ai ritmi deliranti. Alcuni possono lamentarne l’impianto melodrammatico, altri il sublime estetismo, altri ancora l’isteria figurativa. A nessuno però, che abbia il senso dello spettacolo, può sfuggire il fascino di un opera che, saldamente radicata nella miserabile grandezza della condizione latino-americana, esprime fuori dei consueti schemi narrativi, con uno stile tanto elaborato nella sua apparente spontaneità, le drammatiche convulsioni di un’umanità in cui la fame, i massacri, i secolari soprusi, alimentano un’epica speranza di redenzione”.

Manuel Paolino