06 dicembre 2007

SCEMO DI GUERRA, di ASCANIO CELESTINI


Vi ripropongo un vecchio post... perché Celestini me piace assai...

Proprio ora, mentre scrivo, su RAI3 stanno riproponendo lo spettacolo...
Celestini è ipnotico, se ci si ferma un momento ad ascoltare seriamente, senza farsi prendere dalle frenesie dello zapping, diventa poi impossibile cambiare canale. A teatro si poteva immaginare, ora i primi piani in tv lo confermano: mentre recita, i suoi occhi "brillano forte".

A proposito di "SCEMO DI GUERRA", vi propongo la recensione scritta dopo la rappresentazione qui a Trieste il 28 marzo al teatro Rossetti.

È storia vestita da fiaba il lungo inarrestabile flusso di parole sparpagliate sul palco del Teatro Rossetti con Scemo di guerra di Ascanio Celestini, autore, attore e regista. La sua voce giovane narra avvenimenti più vecchi di lui, sguscia tra i quartieri sventrati di una capitale neoliberata e ricorda quel 4 giugno 1944 in cui suo padre ragazzino rischiò la vita per una cipolla, si sofferma su un barbiere dalle mani belle, morto e risorto mendicante, ricrea nuove identità per uomini sfigurati in viso da macchie rosse, si intrufola sino ai covi di scarafaggi nei libri di Bruno Vespa e mescola mosche a Madonne.

Le parole sgorgano a fiumi, si accavallano, si rincorrono vestite di nuovi sensi e lo spettatore si aggrappa a quel veloce accento romano per non farsene scappare neppure una, resta appeso al filo chiedendosi da dove venga quest’urgenza di racconto.

Celestini è un cantastorie d’altri tempi, attinge a resoconti mille volte ascoltati, li reinterpreta arricchendoli d’innesti creativi e surreali in un racconto ciclico, quasi ipnotico. Testimonianze che diventano favole teatral-popolari della buonanotte, con luci che si abbassano e cicale che scandiscono il mattino di un nuovo racconto.

Il suo è un riportare semplice, senza eroismi, che confessa dei protagonisti disperati ma sorridenti, disposti a posticipare l’arrivo degli alleati pur di concludere l’acquisto in società di un maialino, confusi su ciò che avviene attorno a loro, ignari dei grandi disegni politici ed incapaci di riconoscere una divisa dall’altra.

Il talento drammaturgico dell’autore cattura il pubblico in un intreccio di personaggi, di Storia e storie ad incastro, racchiuse una dentro l’altra come le matrioske del russo seppellito vivo. La macchina narrativa è rodata, accumula coscienziosamente materiale, alterna, memoria collettiva e vissuti personali, riporta fatti reali quali il bombardamento del quartiere di san Lorenzo o il rastrellamento del Quadraro da parte dei tedeschi, gioca e sdrammatizza perdendosi in divagazioni magicamente visionarie.

Come un sopravvissuto che in tempo di guerra scopre di poter tirare avanti con poche cose, anche solo con le porzioni “scientifiche” alla trattoria della siora Irma, così Celestini se ne sta lì, in un piccolo quadrato di legno, seduto sulla sua sedia rossa, con il suo bicchier d’acqua, quasi a dimostrarci di non aver bisogno di nient’altro.
Come se avesse scoperto anche lui di potersela cavare con poco, di non aver bisogno di spazio, di grandi movimenti, di sofisticate scenografie perché il suo linguaggio prescinde dai mezzi.

È intenzionato a recuperare parti di noi che non abbiamo visto e vissuto in prima persona, ricordi presenti nelle nostre orecchie, predilette in questo particolare itinerario della memoria. Sfruttando solo se stesso, questo originale interprete riesce a scatenare sul palco una forza evocativa ed immaginifica, a riempirlo di personaggi così concreti da sembrare quasi materialmente presenti.

Solo alla fine l’incalzante ritmo del monologo è interrotto dalla voce registrata del padre di Ascanio, recentemente scomparso, che riprende il prologo restituendogli un senso più profondo, un voce che incarna l’autenticità della testimonianza storica ed umana.


di Cristina Favento