18 dicembre 2007

QUALE DROGA FA PER TE? UN PERSONAGGIO BRECHTIANO PER ANNA GALIENA

Anna Galiena, lontana dall’immagine che di lei il cinema ci aveva dato, si mette in gioco con coraggio a teatro in “Quale droga fa per me?” di Kai Hensel, in scena alla Sala Bartoli fino al 23 dicembre per la regia di Andrée Ruth Shammah. Lo spettacolo fa parte di un più ampio progetto, prodotto dal Teatro Franco Parenti, che riunisce i testi di tre giovani autori europei contemporanei, accomunati dalla volontà di raccontarci il presente senza rifugiarsi in facili semplificazioni emotive.

Il teatro di Hensel, autore pluripremiato e tra i contemporanei più rappresentati in Europa, è un teatro di intelligenti ribaltamenti che rovescia abilmente le sue premesse iniziali. L’autore ci offre la storia problematica e sincera di Hanna, una donna con un marito, un figlio e una bella casa liberty, apparentemente felice, che, da un giorno all’altro, si ritrova a dipendere da qualsiasi tipo di droga.

Il racconto al femminile inizia al punto di svolta, nel momento in cui le cose s’incrinano. La rappresentazione affronta una spinosa scelta esistenziale trasformandola in una sorta di conferenza, in un introspettivo viaggio conoscitivo nel quale trascina lo spettatore, coinvolgendolo anche fisicamente. Alcuni vengono fatti sedere su delle sedie allineate in fila sul palcoscenico e diventano una piccola platea nella platea, il pubblico della “conferenza”, parte integrante di uno spettacolo che volutamente indebolisce i confini tra finzione e realtà.
La scenografia ricorda quella di un’aula scolastica, grigia. Ci sono un tavolo, una sedia, una bottiglia d’acqua e un proiettore acceso. La protagonista entra in scena citando Seneca, ci mostra lucidi riassuntivi, ci illustra in maniera scientifica effetti chimici e psicologici delle varie droghe, come se davvero la sua fosse una lezione didattica. Ma ci parla anche del marito intento a far carriera, che beve e ha un’amante, del figlio di sette anni asociale e disturbato, dei loro problemi economici, dei suoi rimpianti.

In scena per un’ora e mezza c’è una Galiena che si muove nervosamente, che riesce a mantenere viva la nostra attenzione, che progressivamente si trasforma, anche nell’aspetto, sempre più scompigliato, quasi folle. Ci racconta ciò che le accade e ci spiega lucidamente le sue ragioni, ci fa capire che la vita è ben più complicata di ciò che sembra, che la realtà è molto più complessa, che per essere amati bisogna darsi e che “la menzogna è la nostra droga peggiore”, la droga di chi non sa osare e non riesce più ad essere tenero.
Costantemente in bilico tra emozione e considerazioni oggettive, Hanna ci coinvolge nelle sue vicende per poi straniarci d’improvviso e farci riflettere, impedendoci sia di immedesimarci, che di giudicare. Ci chiede addirittura di fare degli “esercizi”, di usare la suo storia per cercare di capire la nostra.

È un teatro epico insomma, nel quale i personaggi non parlano solo a se stessi ma dialogano direttamente con l’esterno, con la storia, con la società. Non sempre in questo tipo di operazione è facile riuscire. Il merito va ad un autore indubbiamente attuale e interessante, ad una regia sensibile e attenta e a un’attrice brava a rendere le sfumature intense e contrastanti del suo personaggio senza renderlo patetico.

di Cristina Favento,
pubblicato su Il Piccolo di lunedì 17 dicembre 2007