25 novembre 2007

CANTO NUTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE DELL'ASIA, di GIACOMO LEOPARDI

Tragicamente pessimista ma bellissima.
A qualcuno potrà sembrare banale pubblicare oggi versi di Leopardi, ma spesso è difficle resistere alla grandezza di un classico, al balsamo sublime dei vecchi amori.


Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai,
silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, non sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita la vita del pastore.
[…]
Pur tu solinga eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
questo viver terreno,
il patir nostro, il sospirar, che sia;
che sia questo morir, questo supremo
scolorar del sembiante,
e perir della terra, e venir meno
ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
il perché delle cose, e vedi il frutto
del mattin, della sera,
del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
rida la primavera,
a che giova l’ardore, a che procacci
il verno co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
che son celate al semplice pastore
[…]
Forse s’avess’io l’ale
da volar su le nubi,
e noverar le stelle ad una ad una
o come il tuono errar di giogo in giogo,
più felice sarei, dolce mia greggia,
più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
forse in qual forma, in quale
stato che sia, dentro covile o cuna,
è funesto a chi nasce il dì natale.

Giacomo Leopardi