19 novembre 2007

SULLE TRACCE DEL TARTUFO BIANCO NELLA SPLENDIDA ISTRIA CROATA

Per gustare una delle prelibatezze gastronomiche più ricercate sin dall’antichità, non occorre arrivare fino in Piemonte. Il tartufo bianco d’Istria, infatti, è uno dei più pregiati al mondo e, secondo alcune scuole di pensiero condivise dagli addetti ai lavori, non teme il confronto con quello più noto proveniente da Alba.

Dopo decenni di silenzioso contrabbando atto ad alimentare la buona tavola europea, negli ultimi anni, ad attirare l’attenzione internazionale in terra croata è stato soprattutto un ritrovamento entrato nel Guinness dei primati: nel novembre 1999, nelle vicinanze di Buie, è stato trovato il più grande tartufo al mondo (ben 1310 grammi), subito soprannominato “Millennium” e consumato ad una cena alla quale parteciparono ben cento invitati. Il fortunato “tartufaro” incappato nella scoperta era il sig. Zigante che, oggi, nell’omonimo e rinomato ristorante a Livade (Levade), dove ha luogo anche la fiera del tartufo bianco comunemente chiamata “Tuberfest”, custodisce una statua in bronzo che riproduce forma e dimensioni del famoso tubero da record.
Il cosiddetto Tuber Magnatum Pico, scientificamente classificato come fungo, necessita di un clima e un terreno particolari e di alcune specifiche piante, come faggi e querce, con le quali vive in simbiosi. Oltre al già citato habitat piemontese, questa apprezzata specie, dunque, nasce e cresce nella terra grigiastra e argillosa dell’entroterra istriano, diversa da quella rossa del litorale.
In questo periodo dell’anno siamo in piena stagione di raccolta e si può avere la possibilità di consumare il prodotto in tutta la sua aromatica freschezza. Soprattutto per questo motivo, nei mesi tra metà ottobre e metà novembre, l’autunno istriano acquista un’atmosfera calda e peculiare. Vista la ricchezza del territorio, noto anche per le numerose strade del vino e l’ottimo olio d’oliva, diverse sono le manifestazioni che celebrano i sapori locali attirando numerosi visitatori buongustai. Protagonisti restano però il tartufo bianco e il suo inconfondibile profumo, più pronunciato e intenso rispetto agli altri tipi di tartufo.
Particolarmente adatta alla proliferazione del prezioso tubero, e quindi generosa nell’offerta di ristoranti tipici e aziende agrituristiche, risulta essere la valle del fiume Quieto (Mirna). Nello specifico, è piuttosto noto il querceto che si estende attorno alla pittoresca Montona (Motovun) sino al limitare con Buzet, nome croato di Pinguente. Proprio quest’ultima, infatti, situata nell’Istria settentrionale a pochi chilometri dal confine con la Slovenia, è stata ufficialmente nominata dal 1999 “città del tartufo”.

Adagiata su un colle alto 151 metri, sotto il massiccio della Ciceria, il “tetto dell’Istria”, Pinguente fu la sede del potere veneziano nella penisola croata e fa parte degli splendidi borghi medievali che si affacciano sulla valle. Il centro storico è un piccolo museo a cielo aperto dal quale si gode, inoltre, un bel panorama. Oltre alle cinquecentesche Piccola e Grande porta, da vedere sono la fontana cittadina e la monumentale cisterna barocca, rinnovata nel 1789, una delle più belle conservate in Istria. Da Pinguente parte anche l’acquedotto istriano, realizzato negli anni ‘30 dal governo italiano, che arriva sino a Umago, Parenzo e Pisino.
A una decina di chilometri dalla cittadina, in direzione ovest, sono suggestive da visitare le rovine del castello medievale di Pietrapelosa, abbandonato dopo esser stato distrutto da un incendio nel XIX secolo.
Nelle vicinanze di Pinguente sorgono Vetta (Vrh), noto per l’ottima produzione di vini e olio d’oliva, Sovignacco e Colmo (Hum). Il paesino, molto carino, viene dagli istriani annoverato tra i più piccoli al mondo perché conta solo una ventina di abitanti. Da Colmo parte il Viale dei Glagoliti, lungo circa 7 chilometri, che porta a Rozzo (Roc), dichiarato sito culturale da tutelare in virtù delle sue mura e torri medievali, risalenti al periodo romano e veneziano, e soprattutto della chiesetta tardo gotica di Sant’Antonio Abate che conserva uno dei più importanti graffiti glagolitici del XIII secolo.

di Cristina Favento,
articolo pubblicato su Il Piccolo di venerdì 16 novembre 2007