27 febbraio 2007

IO, L'EREDE di EDUARDO DE FILIPPO

Buono il ritmo, ottimi gli interpreti, originale l’idea. “Io, l’erede” di Eduardo De Filippo, in scena al Teatro Cristallo dal 16 al 25 marzo, ha gli elementi giusti per dar vita ad uno spettacolo di qualità, divertente e acuto. Fa sorridere l’ennesima paradossale situazione creata dal talento drammaturgico di De Filippo, di un riso, però, talvolta amaro.
La commedia, nata da un fatto che Eduardo definì autobiografico, era decisamente in anticipo sui tempi rispetto all’epoca in cui fu scritta ed ebbe una vita piuttosto travagliata. Scritta in napoletano nel 1942 e recitata malvolentieri da Peppino, fu modificata e appena nel 1968 riscritta in lingua italiana. Ribeira muore dopo aver trascorso gli ultimi 37 anni della sua vita ospitato e mantenuto dai Selciano, buona famiglia dell’alta borghesia da sempre generosa verso i bisognosi. Dopo i funerali, con grande meraviglia dell’intera famiglia, Ludovico, figlio di Prospero, si presenta a rivendicare il posto del padre e il patrimonio affettivo cui avrebbe diritto come unico legittimo erede.

Una rivendicazione coerente e incontestabile che dà vita a una serie di gustosi duelli verbali dai risvolti sempre inaspettati. Stravaganti e cavillose argomentazioni logiche accompagnano l’appassionante susseguirsi di situazioni, ai limiti dell’assurdo, che smascherano poco a poco finti buonismi e ipocrisie. Lo spettatore si accorge ben presto che l’eredità non consiste, infatti, di soli benefici ma di altrettante obbligazioni, che dietro a una presunta carità cristiana si nascondono responsabilità trascurate e un morboso sodalizio tra benefattore e beneficiato.

Le complesse interazioni dei protagonisti sono ricche di spiritose coloriture comiche, vivacizzate in maniera riuscitissima da un affiatato gruppo di bravi attori. Spiccano un deciso e convincente Geppy Gleijeses nei panni di Ludovico ed una spiritosa e malinconica zia Dorotea interpretata en travesti da un disinvolto Leopoldo Mastelloni. Completano il cast Marianella Bargilli, Umberto Bellissimo, Margherita Di Rauso, Antonio e Ferruccio Ferrante, Gabriella Franchini e Valentina Tonelli.

La regia di Andrèe Ruth Shammah sottolinea il pirandelliano disincanto esistenziale e gli aspetti di forte critica sociale che caratterizzano il testo. Alla buona riuscita della rappresentazione contribuiscono la scenografia e i costumi di Gian Maurizio Fercioni, le musiche di Michele Tadini e i suggestivi effetti di luce creati da Marcello Mazzetti. Un De Filippo da vedere dunque, ben messo in scena, che rivela una penetrante e implacabile lucidità di giudizio e si può collocare a pieno titolo tra i grandi classici del ‘900.

di Cristina Favento